Lucia Pozzo.
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DONNE IN MARE.
Le avventure di una professionista della vela.
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1996. Gruppo Ugo Mursia Editore.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Buon giorno. Vorrei comandare la sua barca, quella l, la pi grossa, quella che vale qualche miliardo. Avete presente la faccia dell'armatore in questione quando si sente rivolgere la domanda da una ragazzina poco pi che ventenne, in scarpe da tennis e maglione blu navy, che gli ha appena stritolato le dita con una stretta di mano? E pi delle perplessit degli armatori, il grosso ostacolo per una skipper in carriera sono le mogli degli armatori, per fortuna non tutte, gelose del ruolo occupato da una donna su quella stessa barca che spesso mal tollerano e che, al contrario,  la grande passione del marito... e la povera comandante donna diventa il capro espiatorio. Se un equipaggio femminile  motivo di soddisfazione solo con l'arrivo dei risultati sportivi, se tenere insieme e gestire un equipaggio in gonnella  un'impresa pi difficile che affrontare una tempesta nel Pacifico, allora: evviva i velisti uomini. E che dire dei giornalisti che, pur di fare notizia, motivano un equipaggio di donne con le rivendicazioni sessuali di chiss quali femministe incallite e un po' bruttine? E invece tutto  bello, positivo e a lieto fine, perch nelle donne c' sempre femminilit, freschezza e un pizzico di malizia. ingredienti necessari per condire un libro l'atto di autobiografia, aneddotica, vita marinara al femminile e storia. S, anche di storia. Perch molte donne del passato hanno preferito vivere con il mare, scelte molto coraggiose, spesso in violento contrasto con i costumi e la mentalit del proprio secolo. L'autrice, velista impegnata e skipper di tutto rispetto, scrive con una severit temperata dall'umorismo e da una tenera umanit; il suo  un libro non solo da leggere per curiosit ma da respirare a pieni polmoni come una ventata di frizzante aria di mare.
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L'AUTRICE.
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LUCIA POZZO, navigatrice e skipper torinese classe 1961,  una donna sportiva che, dallet di quattro anni, si  cimentata negli sport pi disparati. Architetto, dal 1980 ha fatto della vela la sua professione,
cimentandosi in competizioni con barchette monotipo. Skipper del primo equipaggio femminile italiano, vincitrice di una 500x2 e di una Giraglia, ha all'attivo cinque traversate atlantiche. Ha curato il restauro e il riarmo di varie imbarcazioni d'epoca, delle quali ha preso il comando in mare. Quando non naviga, vive con la famiglia e con i suoi animali in cima a una montagna nella provincia di Torino, in una baita ristrutturata che risale allOttocento.
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DONNE IN MARE.
Le avventure di una professionista della vela.
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Indice.
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Presentazione di Irene Cabiati.
Prologo.
PARTE PRIMA: UNA STORIA VERA DURATA QUINDICI ANNI.
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1. Come farsi le ossa a spese altrui.
2. A gonfie vele nella psicologia femminile.
3. In regata con un equipaggio di donne.
4. Le donne del Barone Rosso.
5. Barche d'epoca per un comandante donna.
6. Voltiamo pagina verso grandi progetti.
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PARTE SECONDA: RIDIAMOCI SOPRA.
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7. Il dramma della valigia rigida.
8. La sindrome igienica.
9. Zitti, zitti... Piano, piano.
10. La mano nera.
11. E per finire, i veri consigli della nonna.
12. Le papere.
13. Affari di cuore.
14. Le piratesse.
15. Le donne nel diporto.
16. Guardando al futuro.
17. Questa  la fine.
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Fine Indice.
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Presentazione. di Irene Cabiati.
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Scrivo e davanti a me, nella libreria, sfilano i libri di mare. Storie di pirati, corsari, esploratori e semplici marinai, protagonisti di un'epopea straordinaria.
E poi i miti del nostro tempo come Slocum, Moitessier, Tabarly, i cacciatori di record come Bruno Peyron, Isabelle Autissier, Florence Arthaud, Titouan Lamazou, Vittorio Malingri, Giovanni Soldini. Guardando il dorso dei volumi ricordo tempeste, affondamenti, incredibili planate sul dorso delle onde dei Mari del Sud, oppure rammento tragedie immani, come i naufragi del Fastnet o ancora, la minuziosa descrizione di come si fa a vincere o a perdere la Coppa America.
Tanti eroi, tutti grandi marinai che, con i loro racconti, hanno fatto palpitare il cuore degli appassionati di mare i quali, se ne fossero capaci, descriverebbero con altrettanta intensit l'emozione che provano ogni volta che lasciano gli ormeggi per affrontare una crociera sul loro guscio.
Gente normale, che si ritrova nei circoli nautici e si assiepa golosa davanti al video sulle avventure dei navigatori oceanici, gente che progetta per tutta la vita il giro del mondo con la consapevolezza che non riuscir mai a realizzare il sogno perch non ci crede fino in fondo.
Lucia Pozzo  una di loro, con la differenza che Lucia ha deciso che il mare sarebbe stato un compagno di vita (non un palcoscenico per esibirsi) ed  riuscita ad entrare nel sogno. Con grande umilt ha lavorato sodo, si  preparata, ha raggiunto obiettivi difficili: comandante di barche - anche di barche d'epoca - e skipper.
Obiettivi difficili perch Lucia non  ricca e perch  donna. La contabilit  nemica dei sogni.
Essere donna significa innanzitutto partire, come  partita Lucia, sapendo che le burrasche del Golfo del Leone non sono nulla in confronto a quello sguardo, a met fra l'ammirazione e lo sfott che ogni donna incontra quando decide di invadere i campi di competenza prettamente maschile.
Leggendo queste pagine, non vedrete scenari tropicali o terribili tempeste e l'unico delfino di cui si parla  una barca coraggiosa.
Viaggerete prevalentemente in Mediterraneo, sarete spesso in banchina, conoscerete meglio i retroscena delle regate dove tutti appaiono puliti e belli, capirete anche, leggendo la parte dedicata ai consigli utili, cosa significa per una donna salire in barca soltanto per amore di un fidanzato o di un marito appassionato di mare.
Tutte le pagine sono pervase da un'ironia amarognola che potr destare un moto di ribellione (nelle lettrici) e un senso di profonda tenerezza verso questa donna dalle mani dure, capace di mettere in riga il suo equipaggio, risolvere in un amen situazioni difficili e soprattutto non demordere, mai.
Lucia non  un'eroina senza macchia e senza paura, Lucia  una persona normale. La sua macchia  stata la presunzione di poter fare tutto da sola.
La sua paura  di non saper scendere a compromessi per condividere il suo grande amore, il mare, con un compagno.
Il suo merito sta nel confessarlo.
Irene Cabiati giornalista de La Stampa.
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Prologo.
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Alla mia nonna sprint... e alla sua borsa magica.
Arriva il momento in cui molti navigatori decidono di scrivere un libro o, grazie alla forte personalit, alle imprese, ai primati su rotte impossibili, alle capriole oceaniche o alla visita di terre selvagge, vengono inseguiti da un editore affinch affidino la loro esperienza alla carta e la condividano con un pubblico pi terricolo.
Questi navigatori hanno folte barbe da accarezzare, mentre con occhio esperto scrutano l'orizzonte, fumano la pipa e bevono, generalmente rhum, tenendo con il fiato sospeso gli ospiti durante un racconto di mare; hanno insomma la stoffa e la fattezza di Spencer Tracy in Capitani coraggiosi.
Ebbene io non assomiglio a niente di tutto ci; ho preso qualche temporalaccio, scoperto molte terre in gran parte ricoperte da attrezzature turistiche e bagnanti, la maggior parte delle mie rotte di impossibile avevano solo il trovare posto, la sera, alla banchina del porto, la capriola con la barca in Pacifico non ci tengo affatto a provarla e non riesco a ingurgitare superalcoolici senza tossire e avere le orecchie che si surriscaldano.
Nonostante tutto posso anch 'io annoverarmi nella categoria dei navigatori, anzi delle navigatrici, poich sono di sesso femminile, cosa che mi contraddistingue dal navigatore con barba e baffi.
Quando ho scelto di andare per mare? Risponder qui alla domanda che pi volte mi sono sentita rivolgere: Ma come mai, in una torinese, tanta passione per il mare, voi cos vicini alle montagne... ?.
Avete presente Carosello, la trasmissione di pubblicit? Ebbene io sono di quell'epoca, cio la mia infanzia aveva il turno di riposo notturno regolato sulla fine del mitico Carosello.
In uno di quei cortometraggi pubblicitari, un dentifricio veniva presentato da un gruppo di giovani che si gettavano grandi secchiate d'acqua sul ponte di una barca di legno, credo, a memoria, si trattasse di una goletta.
Che effetto faceva nella mia fantasia di bambina quel veliero lanciato sulle onde dell'oceano!
Oggi giudicherei con occhio critico... vele bordate male, barca che procede a motore, Rimini sullo sfondo... Ma a quei tempi per una bimba romantica abituata alle storie di vita avventurosa e ai racconti di pirati, quella pubblicit era l'estasi, era l'immagine della libert.
Fu solo dieci anni dopo che posai per caso, per la prima volta, il mio allora poco cellulitico didietro su una barca a vela.
Si trattava di Betelgeuse, un 470 di propriet dei miei capi scouts.
La deriva svernava sul lago di Viverone, luogo di villeggiatura per zanzare e libellule, tristemente noto ai velisti torinesi per la sua cronica assenza di vento. Il risultato di questa prima e breve uscita fu sconvolgente: natiche scorticate dall'antisdrucciolo, un costume da bagno talmente spelacchiato da doverlo buttar via, la netta sensazione di aver scoperto la mia vocazione.
Con l'aiuto di lavoretti saltuari mal retribuiti e di una mamma indulgente, nel giro di un anno divenni armatrice della mia prima barca, Scarafogna, un Laser usato che mi feci trasportare fino a quel fatidico lago; con gli spiccioli avanzati acquistai una copia del Manuale dell'allievo, librone ufficiale della nostra Federazione Vela. Quello fu il mio unico e vero istruttore di vela omologato.
Con le vele mal regolate, l'equipaggio leggermente paralizzato a centro barca per paura di cadere nelle verdi e ristagnanti acque del lago, la mia imbarcazione non era di sicuro un fulmine.
Nonostante tutto, mi iscrivevo alle regate sociali della Lega Navale di Torino, e devo ringraziare molto gli incalliti soci lacustri, conoscitori del lago e delle sue bizzose brezzoline, i quali, prima del tramonto del sole venivano immancabilmente
a recuperarmi, e con pochi ma centrati consigli mi indicavano le regolazioni e la direzione del vento, permettendomi di riguadagnare la banchina del circolo.
Fu cos che, dopo appena pochi mesi di esperienza, mi iscrissi al Primo campionato italiano femminile Laser, che si svolgeva al lago d'Orta.
Siamo nel giugno del 1979, e insieme con altre diciotto fanciulle inauguro la lunga via delle regate per equipaggi di sole donne, poich fino ad allora il gentil sesso si era sempre misurato con equipaggi maschili o misti.
Lo spirito sul campo di regata fu spensierato e goliardico; un quarto posto juniores rinvigor la mia fede nella riuscita del metodo autodidattico di apprendimento della vela, la presenza costante del vento mi provoc non pochi bagni ed emozioni fuori programma.
Un socio del mio circolo, uno di quelli che mi facevano da angeli custodi sul lago, mi present la figlia, una ragazza che se ne stava sulle sue, molto pi brava di me, ma decisamente incompatibile con il mio carattere.
Pieno di entusiasmo, il padre organizz alle due socie un 420 che stava insieme per miracolo, e le sped ai campionati italiani che si svolgevano a Loano.
L'attrezzatura della barchetta era talmente improvvisata e di fortuna che era a volte impossibile raccapezzarsi tra cavi e cordini, ragion per cui, al momento del varo, Marina ed io battezzammo il nostro bolide Groviglio.
Fu la mia prima esperienza di equipaggio femminile; lei brontolava sempre, io imparavo a suonare l'armonica, l'assenza di vento contribuiva ad aumentare il nervosismo, finch un giorno, per far girare meglio la vela durante una virata, mi impegnai per darle anche una bella bomata in testa. Naturalmente si trattava di uno spiacevole incidente...
Evidentemente la mia vocazione per equipaggi femminili era ancora allo stato embrionale; la socia, nome con cui la chiamo ancora oggi dopo diciassette anni di amicizia e un Politecnico consumato insieme, sopport le mie angherie con stoica pazienza... ma si sa, lei ha un carattere molto dolce.
Ritornai quindi a fare la navigatrice solitaria sul Laser, allargando i miei orizzonti anche a competizioni sul mare.
Da l a fare lo skipper di professione, il passo fu breve... ci vollero una patente nautica e sei metri di barca in pi.
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PARTE PRIMA.
UNA STORIA VERA DURATA QUINDICI ANNI.
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Capitolo 1. Come farsi le ossa a spese altrui.
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L'agognato giorno degli esami del corso patenti nautiche era arrivato; una televisione locale comparve con telecamera ed intervistatore per riprendere dal vivo... il mare a Torino.
In quel tempo, forse per conquistare qualche compagno di corso, avevo provato a piegare alla civilt della permanente i miei selvatici capelli dritti. Il risultato era stato deprimente: dopo un primo giorno vissuto da vamp ricciolona, i capelli ribelli avevano assunto l'aspetto di crine stopposo.
Fu cos che il giorno dell'esame, la locale TV decret che l'immagine della scuola doveva essere rappresentata dall'unica donna del corso, in quel momento pi simile ad una scopa di saggina che ad un'allieva modello.
Gli esami non mi avevano mai turbato n agitato; certo non avevo passato le notti insonni sui libri, ma un po' di faccia tosta, un pizzico di fortuna e un immenso amore per la navigazione e tutti i suoi annessi, fecero in modo che la bestia rara del corso, la donna, superasse brillantemente il suo esame davanti a centinaia di telespettatori.
Che dire del mare a Torino? I neonavigatori patentati uscirono dall'edificio della Lega Navale facendo a palle di neve, e per festeggiare la licenza da marinai, si ritirarono in una trattoria a mangiare polenta e cinghiale.
Fu proprio davanti ad un bel bicchiere di barbera che il presidente della sezione si sbilanci, offrendomi l'opportunit di fare lo skipper per i corsi patenti e l'aiuto istruttore per le lezioni teoriche.
Forse con la mente annebbiata dall'alcool, non si rese conto di aver arruolato nella sua quipe di istruttori un peperino skipper che gli avrebbe dato del filo da torcere con rivendicazioni lavorative, aumenti dei rimborsi e uguaglianza sessuale delle retribuzioni; e s, perch all'inizio la skipperina donna veniva rimborsata meno di un uomo, anche se mangiava di pi... ed io non ero remissivamente tanto d'accordo. Ma il saggio presidente riusc per anni a tenere a bada la ribelle, eguagli i compensi donna-uomini e il sodalizio con la scuola dur a lungo.
Diverse furono le reazioni degli allievi nel vedersi comparire in aula, al posto di un vissuto marinaio un po' attempato, una giovane ragazzina con i capelli da maschietto e gli occhioni azzurri (nel frattempo mi ero liberata della criniera leonina).
Potrei dividere la classe in tre diversi gruppi di reazione.
I giovinetti coetanei, piacevolmente interessati all'articolo maestra di sesso opposto, per nulla impressionati dall'et, erano sempre attenti, pronti agli scherzi e prodighi di gentilezze.
La fascia dei professionisti si dimostrava agli inizi diffidente, leggermente intollerante nei confronti della giovane et dell'istruttrice; dopo le prime lezioni tecniche un po' pi complicate, a base di vettori e angoli al centro, il clima era decisamente pi rilassato, fino ad arrivare alla met del corso con la piacevole sensazione, nella guida, di essersi guadagnata anche la stima dell'ingegnere pi pignolo.
Grazie a questa categoria, mia mamma per anni fece scorpacciate di cioccolatini e pot godersi i profumati mazzi di fiori che nei periodi degli esami venivano gentilmente recapitati a casa mia. Non osai mai dirlo ai miei allievi agli inizi dei corsi, ma a me il cioccolato non piace... e chi non super gli esami per la patente, forse se avesse provato con i marrons glacs...
Il terzo gruppo era costituito dalle donne che partecipavano ai corsi; erano sempre molto rare e, in genere, rappresentate da mogli al seguito dei mariti. Era comunque un vero piacere averle in aula; osavano sempre ammettere di non aver capito e farsi rispiegare pubblicamente le cose, avevano una cura e un ordine maniacale per la compilazione delle carte nautiche e degli esercizi, arrivavano agli esami con una preparazione meticolosa.
Una crisi matrimoniale era quasi sempre in agguato se all'esame veniva bocciato il marito; ferito il capo nell'onore, la
famiglia rischiava di non mettere mai pi piede su di una barca, per questo grave sovvertimento della gerarchia. Si sa, il lavoro, i clienti, l'ufficio, mentre mia moglie, a casa, non avendo nulla da fare, ha pi tempo...
C' una quarta categoria di allievi, quella che assolutamente non accettava di essere erudita sui misteri della navigazione da una donna, ma non ebbi mai occasione di conoscerla: e questo perch l'interessato non arrivava alla mia classe. Si faceva mettere direttamente nel corso gestito dal mio collega Daniele.
Le uscite pratiche nei fine settimana erano la palestra dei futuri comandanti e... della loro giovane istruttrice.
Attraverso gli errori dei miei allievi imparai io stessa come si dovevano o come non si dovevano fare molte cose; dopo i primi tempi di questo lavoro affinai la tecnica dell'occhio roteante che tutto vede e tutto prevede, elemento indispensabile per evitare e prevenire i guai derivanti dall'inesperienza marinaresca.
Le cose procedevano, a gonfie vele: sul mare essere donna o uomo non faceva, per me, nessuna differenza. Ma un giorno un incidente di piccola entit si present come un fulmine a ciel sereno.
Era un bellissimo, soleggiato, sabato d'inverno e il maestrale, un cattivissimo vento da nord-ovest, colpiva i nostri posti barca al traverso, ragion per cui, vista la difficolt di rientrare negli ormeggi con il vento di fianco, tacitamente decidemmo di ormeggiarci con la prua alla banchina.
Fu cos che, per un guasto all'invertitore, la marcia indietro della mia barca non entr nei giusti tempi, anzi, non entr proprio per niente, ed io spiaccicai il muso del mezzo sulla banchina di cemento del porto di Andora.
Naturalmente il tutto avveniva sotto gli occhi degli allievi delle altre barche appena rientrati, e nell'ordine, sotto gli sguardi attoniti dei rari ma ben presenti turisti invernali, sotto il muto rimprovero degli skipper miei colleghi, sotto l'esperto giudizio dei marinai del porto. Insomma, forse anche il parroco del paese, che in quel momento stava passeggiando sulla banchina, avr benedetto la scampata sciagura.
Abituata alla vita di cantiere sulle barche di legno, il rumore del cozzo fu per me un elemento sufficiente per stimare non grave l'entit del danno, ero solo un po' scocciata perch avrei dovuto sacrificare la pausa del pranzo per riparare la causa della mia vergogna: la leva dell'invertitore.
A terra accadde l'inverosimile, commenti ad alta, altissima voce mettevano in dubbio le mie capacit professionali, il che era il meno, ma fra le parole serpeggiava un sostantivo che suonava come una condanna: tutto era successo perch ero una donna.
Le donne al volante, non  un lavoro da donne, ma chi ha mai visto, lo sapevo che delle donne non ci si pu fidare...
Andai a cercare conforto morale nei miei soci, i quali molto imbarazzati, erano propensi a credere che ero arrivata un po' lunga, cosa che giustificavano con il fatto che pu succedere a tutti, ma mi facevano compassionevoli sorrisi quando accennavo al bullone della leva dell'invertitore.
Forse vi aspettate che mi sia venuto da piangere e mi sia sentita molto triste e sola? Al contrario, ero furibonda e avrei rotto il naso ai turisti, agli allievi, agli esperti, e anche al parroco.
Quel giorno imparai una verit che mi fu presente per molti anni della vita lavorativa: una donna che intraprende una carriera da uomo deve avere la testa pi dura di un mulo perch la sua strada  lastricata di grandi soddisfazioni ma anche di enormi ingiustizie.
Il segreto per farcela?
Essere brava, veramente brava, e non sgarrare mai.
Come fin l'avventura della collisione con la banchina? Con un po' di stucco e vernice bianca per la barca e un manipolo di colleghi skipper che, mortificati, mi aggiustavano, con acrobazie e contorsionismi, la leva dell'invertitore.
Dal canto mio, annegavo i dispiaceri in una fetta di crostata di mele offertami dai miei fedeli allievi.
Sempre pi entusiasta del mio ruolo di insegnante, decretai che due alpinisti a me molto cari dovessero, senza possibilit di rifiuto, prendere la patente nautica.
Gran camminatore, mio pap si ritrov imprigionato su dieci metri di barca, rammaricandosi di non avere il dono di camminare sulle acque, cosa che aveva fatto un famoso signore molti anni prima.
Senza proferir parola e con un leggero mugugno, caratteristica tipica dei torinesi, partecipava dubbioso alle manovre che il gruppo di allievi si scatenava a compiere ad ogni mio ordine.
La mamma, di carattere completamente opposto, chiacchierava con tutti ed era la pi casinista del gruppo; inoltre si divertiva un mondo alle spalle dei miei spasimanti o degli allievi che, in mia assenza, criticavano l'insegnante, senza sapere che tra gli ascoltatori c'erano anche i miei genitori. I due infatti salivano sulla barca scuola in incognito, poich io, rude donna di mare, non volevo che fra gli allievi ci fosse qualcuno che mi chiamasse Nini o Bimba, soprannomi affettuosi ma poco in uso nella marineria.
La coppia era guardata dagli altri dubbiosamente e con curiosit, sia per la differenza di et, sia perch, nonostante la dotazione di cerate e maglioni super tecnici (miei ovviamente!), i miei genitori erano assolutamente sprovveduti di esperienza ed entusiasmo velico.
La mamma assumeva un colorito verdastro gi con la barca ferma in porto, ma resisteva stoicamente fino al tardo pomeriggio, ora del rientro in banchina. Misteri del corpo umano: pi il mare era mosso e tempestoso, pi la mamma riacquistava colore, si imbacuccava nella mia cerata fuori misura, e andava a sedersi sul pulpito di prua, subendo le sferzate del mare e i capricci di una barchetta sballonzolata in mezzo alle onde.
Nella sua postazione non solo non soffriva il mal di mare, ma si divertiva un mondo e lanciava sorrisi beati al marito, il quale, statuario come il marmo, continuava a partecipare indifferente alle manovre, chiedendosi perch andare controvento con tanta fatica quando si poteva andare nella direzione opposta agevolmente.
Appena la barca rientrava in porto, la mamma si rappacificava con il suo stomaco ingollando una cioccolata calda, mentre il pap, con la scusa di portare il nostro povero cane a fare pip, percorreva una ventina di chilometri nell'entroterra ligure, tanto per sgranchirsi un po' le gambe.
Il resto del gruppo, stremato, si accasciava sulle sedie del bar cercando di raccapezzarsi tra nodi e nomi strani, problemi di navigazione e vettori.
Strani ma simpatici i due vecchietti.
Non ce li vedo in giro da soli su di una barca a vela.
Chiss perch mai vogliono prendere la patente nautica.
E la skipper, nelle vesti di figlia in incognito, con un ironico sorrisetto sulle labbra: Questi ricchi, fanno le cose solo perch son di moda...
Intanto il vecchietto, dopo aver stremato il cane, arrivava arzillo a recuperare la mamma. Il mattino successivo, dopo una notte passata in tenda, eccoli entrambi freschi come rose, pronti a ripetere l'esperienza, alla faccia dei giovani allievi con gli occhi piccoli per la levataccia e le ossa rotte dalle molle del letto dell'albergo.
Venne finalmente il giorno in cui li portai, cane compreso, in crociera, per duecento miglia di Corsica.
La mamma, sempre arroccata sul pulpito di prua, era soddisfatta di veder sfilare la costa con la lentezza della barca a vela; per non soffrire il mal di mare, aveva adottato una dieta a base di digiuno cosa che giov molto alla sua linea.
Con il pap avevamo raggiunto un buon compromesso motorio: passeggiata mattina e sera, prima e dopo le navigazioni, e durante il giorno qualche nuotatina.
Il cane? Beh, al mio piccolo cane per essere felice bastava la presenza in un angolo del pozzetto della sua ciotola per il cibo.
Ad aiutarmi nella conduzione della barca e nelle manovre c'era il mio inseparabile marinaio Clelia, piacevolmente divertita dalla presenza a bordo dei miei genitori e in continua lite con il cane che ficcava il naso, letteralmente, nella cucina, suo regno incontestato.
La mamma, felice di mantenere il ruolo di mamma, si era cos ritrovata a sfogare le sue attenzioni non su una, ma su due bimbe, alte un metro e settanta ciascuna, e sulla trentina.
Qui bisognerebbe iniziare un libro nuovo che potrebbe intitolarsi Mamme in mare, poich di aneddoti e di avventure ce ne sono da riempire volumi.
Mi sono sempre chiesta, per esempio, come mai mia madre, che pativa il mal di mare solo vedendo una barca alla televisione, riuscisse a stare pi di un'ora appesa alle crocette dell'albero per cucire delle protezioni di pelle.
Lo faccio io che ho pazienza e sono pi precisa. E via sul bansigo con ago e ditale.
Nella stessa crociera riusc ancora a stupirmi.
Eravamo ormeggiati nel porto vecchio di Bastia, con l'ancora sotto gli ultimi arrivati e alcuni diportisti in doppia fila, quando dal nulla si abbatt su di noi un temporale a dir poco furioso, con raffiche che arrivavano da tutte le direzioni. Le ancore dei pi non ressero alla violenza del diluvio e tentammo tutti di abbandonare al pi presto gli ormeggi.
La prima mia preoccupazione fu che genitori e cane fossero sottocoperta al sicuro, all'asciutto e soprattutto non intralciassero le manovre. Non dover pensare alla sicurezza delle persone  un problema in meno.
Clelia ed io, in costume da bagno, vi dicevo appunto che il temporale si era scatenato all'improvviso, eravamo impegnate rispettivamente ad un salpancore inchiodato e ad un vecchio diesel che ci metteva un po' di tempo a partire. Finalmente siamo al centro del porto con altre due barche, e le nostre tre ancore ben annodate insieme in fondo al mare.
Mentre le mie rotelle girano freneticamente per ricordare
quale barca sia arrivata per ultima e in che ordine si possano districare le catene, si apre il tambuccio e tra l'assordante rumore dei tuoni la mamma dice: Posso fare qualcosa, vi preparo merenda?. Il tambuccio si richiude dopo una mia occhiataccia assassina.
Le raffiche si intensificano, la visibilit  sempre pi ridotta, Clelia recupera la catena maglia a maglia. Inizia a grandinare. Vi posso dare una mano? La mamma ritorna all'attacco e vedendo il colorito bluastro della figlia: Non prendere freddo, ti passo una cerata?.
Nelle anguste acque del porto si intravvedono le sagome delle barche che tentano disperatamente di non urtare scogli e banchine e di non entrare in collisione tra di loro.
Ancore e catene persistono nel loro nodo, e grazie all'efficienza del nostro salpancore d'epoca non riusciamo nemmeno ad abbandonare il tutto sul fondo e ad andarcene.
Non sarebbe meglio che ti coprissi? La mamma non pensa al valore della barca e alla possibilit di fare ignominiosamente naufragio in porto, ma vede l'ombra di un brutto raffreddore abbattersi sulla sua bambina. Sono costretta ad accettare una giacca che, con acrobazie da contorsionista, mi infilo continuando a timonare e a smanettare di motore.
Una mamma premurosa non pu abbandonare Clelia, sola a prua, sotto i colpi della grandine. Cos, con indosso solo una giacchettina, affronta le intemperie e cerca qualcosa per riparare il marinaio. Non trovando niente di meglio del secchio, glielo tiene sulla testa a mo' di ombrello e le zampetta dietro. A quel punto il mio primo equipaggio femminile  al completo.
Le ancore, a forza di girare nel senso giusto, si sono liberate, ma il salpancore non d alcun segno di vita. Impossibilitata ad abbandonare il timone mi vedo costretta ad impiegare le schiene della mamma e di Clelia per issare a bordo cento metri di catena e un'ancora di quaranta chilogrammi.
La manovra riesce in fretta e bene, senza la perdita di falangi o la fuoriuscita di ernie del disco; la nostra barca  la prima ad uscire dal porto senza un graffio e con tutto e tutti a bordo.
La mamma, bagnata come un pulcino ed ansimante, con
un sorriso radioso esclama: Caspita, non mi sono mai divertita tanto. A questa affermazione, Clelia ed io ci lasciamo cadere sulle panche del pozzetto quasi prive di sensi.
Da sotto coperta, ormai da troppo tempo al chiuso, pap e cane scrutano nervosamente il cielo, augurandosi che il maltempo non rinvii la passeggiata serale.
Su una barca da crociera lo skipper  come la mamma dell'equipaggio. Per concludere con successo una vacanza, deve seguire i singoli individui, evitare che si facciano male, appianare le eventuali controversie, fare in modo, utilizzando l'esperienza, che sia sempre un'avventura indimenticabile.
Fu durante una di queste crociere che mi accadde un episodio singolare.
Ma andiamo per ordine.
Un gruppo di ragazzi aveva noleggiato un'imbarcazione
francese di undici metri con dieci posti letto, e a settembre sulla banchina del porto di Antibes si erano ritrovati me, come skipper, ad accompagnarli nel periplo della Corsica e della Sardegna.
La scelta dell'agenzia a cui si erano affidati non era casuale, ero l'unico skipper disposto a viaggiare su una barca pi stipata di una scatola di sardine. Ma bisogna guardare sempre al lato positivo delle cose; un gruppo di giovani con tali ambizioni di navigazione ha voglia di lavorare e navigare, ed era quello che io andavo cercando.
Il compenso non era certo dei pi alti e la barca non brillava sicuramente per comfort e pulizia, ma aveva le vele, e a me bastava.
I nove ragazzi dell'equipaggio, che avevano lasciato mogli e fidanzate a casa per godersi una bella vacanza all'insegna della goliardia e delle belle turiste straniere, all'inizio erano un po' imbarazzati e limitavano il turpiloquio e il nudismo in barca.
Dal canto mio, per evitare che venissero loro strane idee, li facevo lavorare come schiavi: navigavamo molto, li avevo convinti ad intraprendere la sana attivit sportiva del surf, e alla sera, anche se eravamo in porto, andavano a dormire tutti alle dieci senza aver bevuto nemmeno un bicchierino.
Navigare all'alba  magnifico, e cos pure vedere sorgere il sole sul mare: per quasi venti giorni i ragazzi poterono godersi delle albe favolose.
Fu cos che una sera tiepida, nella rada di fronte a Palau, uno dei membri dell'equipaggio assunse l'aria di chi voleva fare intime confidenze.
Estrasse di tasca un pezzettino di carta in cui era contenuto un piccolo animaletto secco con tante zampettine; con la scusa che io ero una donna, mi rendeva partecipe del suo segreto, che lo tormentava da dopo la partenza dalla Francia. Per quanto fossi stata con gli scouts per vari anni, abituata a tutti gli insetti della campagna, non avevo mai visto nulla di simile.
Appena il ragazzo rivel dove aveva ritrovato la belva, cominciai ad avere i primi dubbi.
Cos, armata del pi sottile savoir faire, iniziai a fare
discrete indagini sugli altri componenti dell'equipaggio. Ci rendemmo subito conto di essere vittime di una barca infestata da ospiti ostili e pruriginosi.
Sempre con la scusa che io ero una donna, come la giovane farmacista del paese, mi inviarono in missione per accertarmi dell'identit delle bestioline e dei provvedimenti da prendere. Con lo sguardo inespressivo la farmacista identific i soggetti come pidocchi del pube e, invece di darmi conforto, con voce metallica mi prescrisse una polvere bianca da applicare pi volte al giorno, per una settimana.
Naturalmente non mi ero preoccupata di spiegare la mia posizione professionale rispetto ai compagni di viaggio e lei, tirando fuori il prodotto da un armadio scorrevole mi disse di applicare lo stesso trattamento al mio partner.
Dopo qualche attimo di riflessione, pensando alla barca e al suo equipaggio, le dissi: Me ne dia dieci barattoli, per favore. Non vi dico la faccia, lei si gir attonita e mi guard con gli occhi sbarrati. A nulla valsero le mie imbarazzate spiegazioni ...
Gli slogan la pubblicizzavano come la regata dell'amore, cinquemila miglia in due su una barca a vela da Portofino a New York, due enormi cuori incrociati dal ponte di Brooklyn erano l'immagine idilliaca che lo sponsor aveva scelto per attirare le coppie di velisti italiani.
In realt un ricco premio in denaro era meno romantico ma pi allettante per gli skipper.
Mi dedicavo al lavoro sulle barche a vela da soli quattro anni e quella era la prima volta che il fatto di essere una donna non creava un ostacolo alla partecipazione ad una regata, anzi, era un requisito indispensabile.
Infatti non erano state rare in passato le risposte negative all'essere accettata su una barca, quando in banchina mi presentavo con la mia sacca sulle spalle a caccia di imbarchi; anzi, ricordo che una volta mi sentii anche rispondere che s, il posto c'era, ma sottocoperta a fine regata. Se la barca di quei cafoni avesse avuto un tappo lo avrei volentieri tolto, per vederla affondare lentamente.
L'occasione di partecipare a quella regata mi sembrava un momento di gloria, la ricompensa alle mie fatiche.
In effetti pochi skipper avevano una moglie o fidanzata velista, cos molti iniziarono una affannosa ricerca della compagna di regata. Ricevetti proposte, provai barche ed equipaggi, ma io il mio socio gi lo avevo, navigatore oceanico esperto e professionista del settore. Quello che mancava era lo sponsor, senza il quale non si poteva avere una barca competitiva.
A quei tempi sarei partita anche a nuoto, non cos il mio socio, che presto diede forfait.
All'ultimo momento, quando ormai pensavo che al posto della regata era meglio dare qualche esame all'universit, l'organizzazione mi present un tizio, al quale un altro tizio aveva
prestato una barca, per la quale uno sponsor avrebbe dato pochi soldini.
Volevi partire, Lucia? E allora lavora!
Cos un mese prima del famoso giorno mi ritrovai tra le mani quarantacinque piedi di barca, una tonnellata di cibo da stivare, gli effetti personali di un armatore da sbarcare, un mucchio di lavori da fare e... da sola.
Ebbene s, il mio compagno aveva intenzione di prendersi gloria e responsabilit dell'impresa ma doveva ancora sistemare alcune questioni di lavoro, e dopo una serata mondana, la seconda volta che lo vidi fu la sera prima della partenza.
Alto un metro e novanta, media et, di costituzione solida un po' massiccia, padre di famiglia, con due orologi, uno per polso, dopo dieci anni di distanza lo ricordo rassomigliante al mostro di Frankenstein; ma in quel momento non ci feci caso poich per me l'importante era partire, e sarei andata anche da sola.
E poi aveva un sacco di referenze, un magnifico curriculum leggermente gonfiato... insomma, falso.
Questo naturalmente l'avrei scoperto dopo.
Allora ero una timida ragazzina che arrossiva fino alle orecchie quando le si parlava insieme, ma avevo tantissimi amici affezionati i quali crearono un esercito che si stabil con me sulla barca, a Portofino, per sistemare gli ultimi lavori; addirittura anche il rappresentante dello sponsor, appassionato di vela, mi diede una mano nei preparativi. Comunque, non esageriamo, anche il mio socio fece la sua parte, per ad oggi devo ancora scoprire quale fu.
 il giorno della partenza, siamo tutti e due a bordo, strano ma vero. Si pu notare dalle foto scattate durante il triangolo di regata che si fece nel golfo del Tigullio, che sulla nostra barca ci sono solo io che metto e tolgo lo spi, salto di qui e di l, saluto chi  venuto in barca a vederci. Fa caldo e c' poco vento: lui  sotto a fare le parole crociate.
Nel tardo pomeriggio riappare, prende il timone, ed ecco che la nostra barca sfila sotto il promontorio di Portofino dove i fotografi scattano le ultime foto. Svanita la stampa, il socio scompare a sua volta sotto coperta, tanto c' il pilota automatico.
Non importa, penso,  una meravigliosa notte stellata, stiamo partendo verso una magnifica avventura, verso l'Atlantico, verso...
Ed ecco che nella notte il vento cala e la bonaccia del golfo di Genova ci artiglia e ci tiene fermi in prossimit della costa ligure.
 il suo turno di guardia e il motore gira allegro per ricaricare le batterie che ci servono per la radio.
Nel dormiveglia mi pare che giri anche l'elica, ma  impossibile perch, prima di partire, ci hanno piombato l'asse.
Era meglio se restavo a dormire; Lui, lo chiamo cos perch lo slogan della regata era Lui e Lei, si era gi stufato di rimanere sballottato nell'assoluta assenza di vento e, come una comune barca in crociera, stavamo procedendo a motore.
Non dissi nulla, comunicai al comitato di regata che la nostra elica girava, vergognandomi come una ladra. Cominciai a sospettare di non essere solo una timida ragazzina entusiasta, ma di essere anche un po' scema.
Fu il golfo del Leone a mettere le carte in tavola e smascherare gli inetti.
La notte che facevamo rotta a nord-est delle Baleari, un colpo di maestrale ci costrinse pi volte a cambiare la velatura, prassi abbastanza normale per chi viaggia su di una barca a vela.
Poich a questo punto fu necessario timonare di persona, onde evitare colpi bruschi alla barca e al timone, ben presto mi accorsi che il mio socio era meglio metterlo alle manovre, e data la sua non troppo evidente agilit, era ancora pi sicuro sottoinvelarsi preventivamente e non permettergli di stare fuori se non legato con la cintura di sicurezza.
Se io ero al timone, qualcuno doveva andare a prua ad ammainare il fiocco. Non c'era molta scelta, ma una volta arrivato a prua, Lui rimase aggrappato ad una drizza e di l non and n avanti n indietro. Inoltre, essendo dotato di ciabatte da bagno in plastica trasparente, invece che di un comune paio di scarpe da vela, Lui pattinava sulla coperta bagnata invece di camminarci.
Oggi in una situazione del genere prenderei mille precauzioni,
metterei la barca in cappa, andrei ad aiutare il mio compagno, sarei in pensiero per la barca, per l'equipaggio e per le attrezzature. Allora, beata incoscienza, mi godevo l'ottovolante che la barca faceva su e gi per le onde ed ero felicissima di trovarmi in una burrasca. Com'era emozionante, solo non capivo perch Lui non agiva, o per lo meno non tornava pi indietro. Era semplicemente paralizzato dalla paura.
Il giorno dopo, alla luce del sole, decise che la colpa era
della barca non adatta alla regata e che le vele non andavano bene e che comunque dovevamo ritirarci.
La giovine ed ingenua fanciulla che aveva coinvolto in questo enorme bluff, si trasform in un serpente a sonagli. La mia non era solo delusione, era rabbia, ero stata ingannata, presa in giro e il peggio era che io me ne rendevo conto solo in quel momento.
Arrivati a Minorca, Lui si comportava come se fosse stato in vacanza, io conducevo febbrili trattative con lo sponsor per continuare la regata da sola.
A distanza di anni, mi sono resa conto che l'attrezzatura di quella imbarcazione non era adatta a un'impresa in solitario, ma allora sarei partita lo stesso.
Nonostante i capitali spesi in telefonate con Milano, le trattative non andarono in porto.
Riportai cos la barca in Italia, Lui era sempre a bordo ma si limitava a fare le parole incrociate; io continuavo a chiedermi che cosa avesse spinto un uomo a comportarsi in quella maniera. Il mio sogno di avventura si era spezzato.
In quel momento non sapevo che la mia carriera di velista sarebbe stata pi ricca del previsto e che pochi anni dopo avrei avuto tante cose vissute da scriverci un libro.
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Capitolo 2. A gonfie vele nella psicologia femminile.
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A fare quel trasferimento non voleva proprio venire nessuno; i marinai con i quali solitamente lavoravo erano gi partiti per le vacanze con le loro morose.
Questo succede sempre a fine stagione, si  tutti cotti, e cerate e scaldine (tipici abbigliamenti professionali) sono dissalati e conservati gi in naftalina.
Gli amici che solitamente si offrivano per accompagnarmi nelle mie avventure, disposti a non dormire, mangiar male, prendere freddo e insulti pur di fare una crociera navigando duro, avevano ormai consumato i giorni di ferie annuali.
Fu per questa congiunzione astrale che brontolando con la mia istruttrice di sub, mi sentii dire: Ma che problema c', vengo io; non sar capace di andare in barca a vela ma in mare ci so stare, anzi, cos mi insegni.
Un metro e settantacinque per sessanta chili, capelli lunghi biondi, occhioni azzurri, archeologa subacquea professionista e istruttrice FIPS, Annapaola era il pi agile, marino e grazioso marinaio che avessi mai avuto nei miei anni di skipperaggi.
Essendo lei esuberante, entusiasta ma velisticamente inesperta, e io decisamente a fine stagione, proposi il trasferimento anche ad una terza persona, Luisella, gi rodata hostess per una stagione su una barca da me comandata.
Buon vitto e piacevole compagnia erano assicurati, poich Luisella, infaticabile e vivace chiacchierona, riusciva a sfornare ogni sorta di prelibatezze con qualsiasi condizione di mare. Le tre grazie erano cos pronte a partire.
Il comandante, cio io, continuava a brontolare fra s e s sulle capacit del suo equipaggio; devo qui ammettere che agli inizi della mia carriera io stessa non ero convinta delle potenzialit di un gruppo di donne costrette sulla stessa barca. Pi volte nella vita avevo assistito a invidie, antagonismi e ripicche tra rappresentanti del gentil sesso costretti a lavorare insieme o ad avere forzatamente interessi comuni. Mi sembrava impossibile una amicizia vera tra donne, e che queste fossero pi scaltre, ambigue, maligne degli uomini, con punte di vera perfidia.
Naturalmente la mia critica veniva dall'alto, non sentendomi parte della categoria; mi trovavo molto pi affine alla mentalit del genere maschile e cadevo sovente nel pi nero maschilismo.
Sono seduta su di una polveriera; due donne come equipaggio chiss cosa non mi faranno vedere, una bagnarola di barca da condurre in un Mediterraneo invernale... Non ho parole.
Cominciai cos senza molto entusiasmo a studiare l'equipaggio e soprattutto, cosa che si dimostr molto costruttiva, a pormi in continuo confronto con le loro idee e con i problemi che si ponevano e che non mi avevano mai sfiorato.
Il giudizio sulla barca fu il primo abisso che ci divise; trattavasi di un ketch di legno, tenuto da cani dal solito armatore squattrinato e menefreghista. Faceva acqua da tutte le parti, per non parlare delle vernici ormai praticamente inesistenti che avevano permesso al legno di deteriorarsi.
Per Luisella assomigliava ad uno chalet galleggiante con due alberi, di propriet di un romantico bricoleur, probabilmente molto preso dal suo lavoro. In effetti ha bisogno di qualche ritoccatina qua e l. Non era possibile che una hostess competente come lei potesse pensare simili delicatezze per una barca in stato di totale abbandono. Il tuo  il classico giudizio da donna, le ribattevo io, arrabbiata. E brontolando ritornavo a giocare al marinaio.
Compresa nel prezzo del trasferimento c'era anche la minima manutenzione per mettere il rudere in condizione di raggiungere le Canarie. Si decise quindi di portare la barca a Genova, luogo di residenza mia e delle pulzelle.
Mi dedicai quindi alla rianimazione del mezzo a tempo pieno, Luisella mi raggiungeva ogni mattina e per mezza giornata mi sosteneva spiritualmente, mi rifocillava e si prodigava in consigli pratici su come togliere le macchie di ruggine dalle
vele, l'odore del gasolio dalle cabine, rendere il frigorifero utilizzabile.
Non ascoltavo mai nulla, mi limitavo a grugnire e a concentrarmi su di una grossa infiltrazione d'acqua nel punto pi profondo dello scafo.
Con le mani affondate in una poltiglia di grasso, sporcizia, vernice secca, morchia di gasolio, meditavo se tirare in secco il mostro o affondarlo definitivamente.
Intanto Luisella, indifferente alle mie sgarbate risposte e ai miei problemi di carpenteria, inizi silenziosamente la guerra fredda alle macchie e agli odori molesti.
In quel momento avr senz'altro pensato che era una inutile perdita di tempo e che quello era in effetti un lavoro da donne, e non da marinai, e che quindi non doveva riguardarmi.
Com'era stupido scindere le due figure, quasi che una sminuisse l'altra... Poi con il tempo avrei imparato che il giusto stava nel miscelare i due ruoli e nel sottolineare pi una o l'altra figura a seconda delle occasioni.
Ma questa  un'altra storia...
Superati a fatica i primi giorni di convivenza forzata, ormai rilassate dal ritmo e dalla bellezza della navigazione, iniziammo a conoscerci meglio e ad affiatarci. Io accrebbi velocemente la stima e la fiducia nel mio singolare equipaggio. Per esperimento, avevamo anche deciso di tenere ciascuna un diario, annotando fatti, episodi, idee, pensieri ed eventuali rancori irrisolti, in modo da confrontarci e studiare quali erano state nelle varie situazioni le reazioni e i comportamenti di tre donne molto diverse tra loro.
Luisella, nella compatta borsa squadrata che la accompagnava, aveva trovato posto per il suo PC, scatola magica della perfetta pubblicitaria, oggetto di inestimabile valore pratico ed economico. Questo era il prolungamento delle sue dita ma soprattutto del suo cervello, tutte le sue idee e la sua creativit venivano elaborate e memorizzate nel piccolo computer. Mi ero anche malignamente chiesta se prima di cucinare lo consultasse poich nella sua lunga carriera aveva anche curato una rubrica di ricette di cucina.
Annapaola, molto pi pigra, avendo la borsa ingombra e appesantita dall'attrezzatura subacquea (arma di ricatto senza la quale non sarebbe venuta), acquist un mini registratore con una tonnellata di mini cassettine.
I primi giorni Luisella ed io la guardavamo parlare da sola per lunghi quarti d'ora, poi sentendosi osservata ci sorrideva e salutava con la mano, dedicandosi come se niente fosse ad altre attivit marinaresche.
Alla fine fu chiaro che il suo non era un inizio di follia ma un serio e pi immediato metodo di annotazione del diario.
Io, retrograda tradizionalista, vivevo con uno sgualcito block-notes e un moncherino di matita sempre in tasca.
In realt ero dubbiosa sulla breve vita che hanno gli oggetti elettronici in barca, sulla delicatezza dei loro contatti esposti alla salsedine; la mia matitina scriveva anche sulla carta umidiccia e con la sua punta potevo creare delle orribili piste indecifrabili sul mio block-notes. L'unico inconveniente del moncherino di matita si presentava quando rientravo nella civilt urbana. Per fare la punta mi arrestavo allora sull'orlo di un cestino dell'immondizia, estraevo di tasca il mio inseparabile coltello a serramanico e, sotto gli occhi attoniti dei passanti, mi cimentavo con gli ultimi resti della matita. Una strofinatina sull'asfalto, ed ecco pronta l'arma; occhiate ostili e brontolii rivolti agli indiscreti osservatori; accidenti, non avevano mai visto un marinaio appuntire una matita?
Devo confessare che, a distanza di quasi dieci anni, il coltello a serramanico  una costante nelle mie tasche, qualsiasi sia il tipo di abbigliamento o il luogo dove mi trovo, e cos anche il matitino per gli appunti. Adesso per quando faccio la punta alla matita, con un po' di civetteria lancio innocenti sorrisi agli osservatori.
Il golfo del Leone era prevedibilmente incazzato e un gelido maestrale spazzava la coperta e faceva fischiare e vibrare paurosamente le attrezzature di quel carciofo che era la nostra barca.
Alla normale domanda dei non addetti ai lavori, ma non avevate paura?, rispondo con un energico e deciso no. Avevo navigato a sufficienza per aver visto di peggio e non mi preoccupai minimamente di quello che potevano provare in quel momento le mie meno esperte compagne. Comunque, per distrarle e non dar loro modo di oscurarsi con cattivi pensieri, le tenni impegnate in un continuo cambio di vele che, viste le condizioni meteo, risult laborioso e bagnato.
La sottoscritta, pazza scatenata, pretendeva dalle due tapine che le vele venissero anche piegate e insaccate perch, per la sicurezza di una imbarcazione,  d'obbligo un ordine rigoroso. Cos le meschine, insalamate dalle cinture di sicurezza e infagottate dalla cerata, si tenevano in equilibrio carponi sul ponte nel tentativo di piegare un genoa, vela che il vento e il mare tendevano a strappargli di mano e trascinare fuoribordo.
Ben sapendo quale sarebbe stata la mia reazione ad ascoltare un qualsiasi tipo di lamentela, si limitarono a lanciarmi sguardi di odio attraverso i capelli bagnati e appiccicati al viso.
Da prua urlavano per parlarsi strappandosi la vela dalle mani l'una con l'altra; io dalla postazione del timoniere cercavo con grandi gesti eloquenti di mostrare il senso in cui dovevano piegare e tirare il genoa.
Un grosso involto bianco era ora sul ponte trattenuto dal peso di Luisella che gli si era accasciata sopra, non so se per sfinimento o per facilitarsi il compito.
Per problemi di spazio, le vele non basta piegarle e farle entrare nel sacco, bisogna anche ridurle di volume; cos mentre Annapaola si trascinava alla volta del pozzetto per recuperare l'incriminato contenitore, invece di ricevere una qualsiasi parola di conforto si sorb il mio mugugno e la mia paternale sul negativo risultato del loro lavoro.
A fatica l'ingombrante collo venne trascinato a poppa, Luisella e Annapaola avrebbero voluto forse riprendere fiato, ma io sollecitavo un lavoro di stivaggio nel gavone, senza tralasciare di rimarcare che la vela fuoriusciva di un mezzo metro dal contenitore e rischiava di srotolarsi al momento meno opportuno.
A ripensarci, mi chiedo come le due abbiano resistito alla tentazione di scaraventarmi in mare; forse perch nei manuali  contemplata solo la manovra di recupero uomo a mare, e non quella di recupero donna.
Per far entrare il suddetto nell'opportuno luogo si ricorse alle pedate; saltellandoci sopra con il loro peso le marinaie riuscirono a far scendere e compattare quello straccio di vela quanto bastava per richiudere il coperchio del gavone.
Un'altra vela attendeva lo stesso trattamento, ma avendo esaurito con la precedente lo spazio disponibile, il fiocco rimase insalamato a prua, e presto si trov in compagnia anche dello yankee.
Con sola mezzana e trinchetta filavamo che era un piacere, ma una cosa informe e bianca pendeva e sbatacchiava da tutte le parti del boma; era la randa, ammainata e piegata dal mio equipaggio.
Dopo neanche mezz'ora che erano scese sotto coperta per asciugarsi, si sentirono richiamare alle manovre. Ordinai loro di tirare nuovamente fuori il genoa dal gavone. Siccome non era mia abitudine dare spiegazioni o motivare i miei ordini, muta restai di fronte ai loro sguardi allibiti.
Cercarono di farmi presente che il vento non accennava a calare, ed io, impassibile, al timone con lo sguardo perso sull'orizzonte. Replicarono che fuori c'erano gi due vele quasi pronte, ed io con la voce dura a ripetere l'ordine.
Dovettero lottare con tutte le forze per estrarre il grumo di tela bagnata che si agganciava a tutte le carabattole che ci sono nel gavone di una barca da crociera; alla fine di colpo il gavone si stapp e... ci fu la possibilit di recuperare le cime d'ormeggio che erano rimaste intrappolate sotto la vela.
Stavamo per entrare in porto.
Visto il forte vento anche la manovra di ormeggio si trasform in una danza tragicomica che vedeva le interpreti saltellare qua e l sotto la direzione dei miei ordini. Io ero sempre al timone, e non vedo chi altri avrebbe potuto starci.
Un gruppetto di spettatori spagnoli si era radunato sulla banchina, attirato dall'insolito spettacolo invernale di una barca che ormeggiava in un marina praticamente deserto e disabitato.
Essendo probabilmente l'ora della siesta, il pubblico osservatore non mosse un dito per darci una mano, fintanto che non si accorse che il marinaio che porgeva una cima da prua era bionda e con gli occhi azzurri.
Quando Luisella, balzata a terra da poppa, chinandosi per fissare una catena, mise in evidenza le sue curve posteriori, il gruppo si mosse con larghi sorrisi e tolse alle due donne di mano le manovre ed inizi un complicato cerimoniale per rendere pi piacevole la nostra permanenza.
E quando infine, spento il motore, mi tolsi la cerata mostrando al pubblico che non ero il marito o il fratello di una delle due, ma bens una terza muchacha, anche il poliziotto della dogana si dimentic di controllarci i documenti.
Mentre Annapaola e io, un po' pi scontrose e asociali, evitavamo questo gruppo di ammiratori, Luisella mise in atto
le sue migliori arti muliebri, e nel giro di un'ora era riuscita a farsi riaprire le docce, prestare un'auto con relativo accompagnatore per fare la spesa, regalare dell'olio e del vino locale. I pescatori ci attaccarono la loro manichetta dell'acqua, offrirono del pesce e ci procurarono del gasolio.
Purtroppo avevo solo una cosa di cui rammaricarmi: dei presenti nessuno sapeva piegare le vele; fui quindi costretta a tenere personalmente una lezione al mio equipaggio che, sotto gli occhi divertiti degli spettatori di banchina, continuava anche a barca ferma a trasformare un genoa in un ingombrante salame... e il perfido comandante faceva rifare per l'ennesima volta il lavoro.
Vivendo a stretto contatto con le mie compagne di viaggio, mi resi conto, per la prima volta, che le donne non erano in realt dei nemici da cui difendersi e di cui diffidare, ma che anche tra il gentil sesso si potevano trovare delle vere e leali amicizie e degli ottimi collaboratori sul lavoro.
Annapaola dimostr di avere molta manualit e confidenza con chiavi inglesi, pinze e cacciaviti, poich era solita occuparsi della manutenzione delle bombole, degli erogatori e dei fuoribordo della scuola sub in cui insegnava. Cos, quando il motore trad la nostra fiducia, fu una perfetta assistente che non esit a fare un involontario balzo di un metro quando inavvertitamente cre un ponte tra il polo positivo della batteria e il supporto del motore.
Luisella per contro non fu da meno; litig per alcuni giorni con le guarnizioni della toilette finch decise di smontarle completamente e di sostituirle. L'impresa ci costrinse a trentasei ore di ritenzione forzata; alla fine il tutto fu disincrostato dal calcare, oliato e sostituito e pur essendo avanzato qualche pezzo di cui non si trov mai la collocazione, l'articolo ci serv a meraviglia per tutto il resto del trasferimento.
Anch'io mi dedicai a nuove attivit; uno spezzatino con piselli cucinato nella pentola a pressione si rivel preferibile alle scatolette. Unico neo, una chiazza di poltiglia verdolina a decorazione del bianco soffitto della cucina. Che colpa ne avevo, se la suddetta pentola non tollerava di essere riempita fino all'orlo!
Questo dimostr che anche lo skipper in fondo in fondo era pur sempre un essere umano.
Cos tra avarie, risate, scorpacciate e mal di mare, dopo qualche centinaio di miglia controvento, arrivammo in vista delle Canarie. Solo in vista per, e dopo una notte passata a lottare contro i malumori del vento e delle correnti, ci ritrovammo pi lontane del giorno precedente dalla nostra sospirata meta.
Il trasferimento si era protratto pi del previsto; forse in patria qualche fidanzato iniziava a pensare a un abbandono o a una fuga: le bollette da pagare e la posta si accumulavano nelle buche delle lettere, gli squali ci seguivano da giorni, stimando che la nostra bagnarola non avrebbe retto ancora a lungo il mare mosso, e noi necessitavamo di una buona doccia calda e di una profumata.
Ormai il nostro olezzo personale, sigillato nella cerata, e l'afrore degli stivali di gomma sudaticci, erano divenuti un tutt'uno con il tanfo di gasolio e acqua marcia che proveniva dalle viscere della barca.
Per questo, nonostante la temperatura polare e gli scrosci di acqua gelidi che si riversavano e penetravano dagli obl della barca e dai cappucci delle nostre cerate, passavamo anche le nostre ore di riposo all'esterno, in pozzetto, per essere sicure di non morire nel sonno per asfissia.
Finalmente con l'aiuto di vele, motore e qualche santo benevolo, riuscimmo a entrare nel porto di Rio de la Gran Canaria: erano le dieci di un radioso mattino; al nostro piccolo rudere di dodici metri venne assegnato un posto alla real banchina, sul fianco di un panfilo lussuosissimo di cinquanta metri, i cui parabordi ci tenevano all'igienica distanza di almeno due metri.
Bianco ed oro lucidissimo, con la tecnologia e le linee di un'astronave, l'altezza del suo ponte pi alto ci impediva la vista del sole anche a mezzogiorno; uno stuolo di marinai in alta uniforme, tutti bellissimi e puliti, comparivano silenziosi come fantasmi dalle porte vetrate automatiche.
Ci turbava l'immobilit e il silenzio asettico di quella imbarcazione; anche i gabbiani, scaghicchiatori incontrollabili, per riverenza volavano a debita distanza. Per niente in soggezione, accendiamo la radio e al ritmo di allegre musiche spagnoleggianti iniziamo il lavoro di riordino, ... ole.
Con i capelli e le sopracciglia bianche dal sale rappreso, gli inseparabili fus grigi che ne sottolineavano le curve, Luisella zomp dalla barca alla banchina (la passerella era un lusso a noi negato) e ondeggiando e barcollando a ritmo di mare in tempesta, si appropinqu alla colonnina dell'acqua potabile con l'intenzione di collegare la manichetta.
Naturalmente l'operazione venne complicata dal fatto che gli attacchi a vite erano di passo diverso; quello giusto, ritrovato a fatica in un cassetto di una cabina, era un ammasso di ruggine inespugnabile, la fascetta che tratteneva il tubo si accartocci sotto le torture del cacciavite. Quando finalmente il tutto fu collegato con legature posticce, nastro isolante e sottili zampilli incontrollabili, Luisella ebbe il presentimento che il nostro tubo non sarebbe mai potuto arrivare sulla barca: era troppo corto.
Dopo aver meditato il suicidio nelle gelide acque del porto, si diresse di gran carriera a poppa del super-mega-panfilo ormeggiato accanto a noi e, augurandosi che l'equipaggio non parlasse solo l'arabo, con il suo pi fluente inglese ottenne in prestito il tubo per l'acqua.
Annapaola, vestita solamente con il costume da bagno, ma rigorosamente attrezzata con guanti di gomma, estraeva dall'interno una miscela di calzini da giorni perduti, pentole con cibi rappresi, cuscini inzuppati, vele non piegate e ogni sorta di cianfrusaglie che, a causa del maltempo, si erano rovesciate; la barca, di aspetto gi curioso, assumeva sempre di pi le sembianze di un cassonetto per le immondizie, e sul ponte sembrava fosse esplosa una bomba.
Il comandante non si era ancora, per fortuna dei lucidissimi vicini situati sottovento, tolto cerata e stivali e circolava nervosamente rintracciando documenti e papiri, brontolando contro controlli e burocrazia.
Annapaola, sorda alla tiritera sciorinata dallo skipper sulla impellente necessit di dedicarsi esclusivamente alla pulizia e riordinamento della barca, usc da sotto coperta con una caffettiera fumante in una mano e un paio di mutandine di pizzo nell'altra, offrendo un conforto caldo alle sue due compagne ed indagando sulla propriet del grazioso articolo.
Cos mentre tutte e tre sorbivano la calda bevanda chiacchierando rumorosamente in pozzetto, sulla terrazza del secondo ponte del panfilo comparve una alta signora bionda, modello indossatrice svedese, i capelli sciolti leggermente arruffati, una vestaglia di seta rosa carico e un paio di babbucce in tinta con un bordo di pelliccia.
La fissammo pensando fosse la moglie (le maligne pensarono subito all'amante) di un ricchissimo armatore, donna rispondente a quel pregiudizio per cui  stranamente facile innamorarsi di un uomo vecchio, brutto e grasso, se  ricco.
La signora, sedendosi su una poltrona di bamb e afferrando un pasticcino con la punta delle dita, ci gett dall'alto una divertita occhiata indagatrice, accompagnata da un amabile sorriso.
Risposto ai saluti chi con un timido gesto, chi con un sonoro buongiorno, le formiche si rimisero al lavoro armate di detersivi assortiti, spazzoloni e secchi.
L'acqua del porto intorno a noi era bianca della schiuma del detersivo per i piatti, liquido concentrato con cui sono solita lavare indistintamente barca, piatti e scarpe da vela.
Ad un certo punto venni assordata da un urlo e sommersa da una cascata di improperi, quando, per mancanza di altri contenitori liberi, misi a bagno le calze nella pentola a pressione. Del resto, fedele al detto che tutto fa brodo, quelle avrebbero dovuto essere pi gustose e saporite dei dadi.
Con spazzole e olio di gomito lustrammo il ponte di teak; per gli interni della barca ficcammo direttamente l'acqua corrente nelle cabine, vele e cerate dissalate erano stese ovunque, anche a terra, panni multicolori sventolavano al sole.
Restituiti chilometri di tubi ai vicini, iniziammo con le pelli di daino ad asciugare quello che restava delle vernici e qualche masochista lucid anche gli ottoni e le ferramenta di inox.
I marinai del panfilo ci guardavano esterrefatti, sconcertati da quanto spreco di energie veniva fatto su quel coso di legno e pensando che senz'altro la lunga permanenza in mare doveva averci dato alla testa.
La signora in rosa era ora in un elegantissimo completino
estivo, pettinata, e con un sorriso benevolo nei nostri confronti.
Ed ecco che, riassettata la barca, ci dedichiamo alla nostra toeletta: doccia fredda alla manichetta al sole sulla banchina, spazzola con chiodi per districare i nodi dei capelli lunghi, e perch no, la trucida, cio io, che armata di bilama, abbatte i peli irsuti da polpacci e caviglie. S, adesso so che non bisogna usare il rasoio, ma a quei tempi i vari strappapeli elettrici non li avevano ancora inventati ed io non avevo sicuramente l'animo della martire da ceretta.
Esauste, ci gettammo finalmente chi in cuccetta per una sana ronfata, chi sulle vele per un meritato riposo, e qualcuna non disdegn un posto al sole per ripristinare la tintarella estiva. Ripresi i sensi nel tardo pomeriggio, a causa del forte chiacchierio delle mie due compagne che parlottavano in pozzetto: una teneva in mano una bottiglia di champagne e l'altra un cartoncino scritto in inglese.
La bella signora del piroscafo accanto, l'armatrice per intenderci, passava da sola gran parte della sua vita in giro per il mondo sulla sua barca.
Divertita e impressionata per il nostro incondizionato amore per la barcaccia, ci aveva inviato tutta la sua stima e ammirazione attraverso quella bottiglia di champagne che Luisella e Annapaola si accingevano ad aprire. Polemica, avrei preferito un invito a cena o una bella torta, ispirata anche dal fatto che sono astemia e odio i vini frizzanti. Convinta a brindare a forza e trovando la bevanda troppo amara, le ficcai dentro due cucchiaini di zucchero.
Non vi dico la reazione delle compagne. Con gli occhi sbarrati e i bicchieri di carta alzati mi guardavano allibite. Lo champagne in ribollio alcoolico debord dalla mia tazza metallica e si rovesci sul ponte bello pulito.
E il comandante, con le orecchie fumanti dalla rabbia, si rimise a pulire.
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Capitolo 3. In regata con un equipaggio di donne.
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Mal abituata in tutta la mia carriera di skipper a capeggiare torme di maschioni assetati di avventure (di mare e non...), ancor peggio abituata alla presenza femminile in barca, sotto forma di consorti e fidanzate trascinatesi a bordo solo per amore in disagi, umidit e fatiche, molto scettica fu la mia decisione di cercare uno sponsor per mettere insieme il primo equipaggio femminile italiano.
Mentre l'amica pubblicitaria del capitolo precedente si lambiccava il cervello per creare un'immagine allo skipper e all'impresa, io cercavo di mettere insieme un manipolo di inabili pulzelle le quali, peggio dell'inafferrabile Primula Rossa della Baronessa Orczy, erano praticamente irrintracciabili quando in aria c'era odore di allenamento o di regata. Al venerd, infatti, puntualmente si ammalavano zie e fratellini, mariti e fidanzati diventavano iperpossessivi, influenze e mali di stagione imperversavano.
Mi rivolsi allora alle veliste un po' pi rodate che regatavano negli equipaggi maschili del nostro Ponente. Naso arricciato, smorfia sulle labbra, sguardo dubbioso: Tutte donne? Non voglio mica sputtanarmi.
Il mio morale era a terra... (sempre che questa espressione si addica a una persona che va per mare): le donne stesse non volevano appoggiarmi nell'impresa.
Tanto per rigirare il coltello nella piaga, gli sponsor, quelli che appunto dovevano trarre benefici da questa immagine, non la pensavano certo diversamente, solo che rendevano l'espressione breve e colorita utilizzata sopra, con: ... idea decisamente brillante anche se in questo momento siamo rammaricati di....
Gli armatori, quelli che solitamente non imprestavano la loro auto nemmeno alla moglie, all'idea che sulla loro beneamata barca zampettassero non una ma sette o otto donne, avevano crisi cardiache.
Stanca di elemosinare soldi, barche e soprattutto donne, decisi di ritornare sulla mia scia ricomponendo il mio equipaggio maschile, ormai convinta che la vita della vela non ammettesse sfumature rosa.
In piena crisi di identit, mi imbattei nell'Invicta, una famosa ditta torinese che cercava uno sbocco commerciale nel settore nautico; essendo abituata a fornire equipaggiamento ad alpinisti e sciatori, il nostro sponsor cerc di piazzarci tende, zaini e pelli di foca, ma alla fine, con un budget consistente alle spalle, fu molto semplice trovare una barca da regata e delle fanciulle disposte a mandarla avanti.
Un grosso delfino disegnato da me prese posto sui due fianchi del nostro trentaquattro piedi; era lungo sei metri, il delfino, aveva gli occhi azzurri con le ciglia nere lunghe ed era... tutto rosa.
Il Delfino Rosa era pronto a lasciare gli ormeggi con il suo particolare equipaggio: la barca delle donne non passava inosservata fuori e dentro i porti. Sembrava di essere i pesci di un acquario, molte persone venivano a curiosare per vedere se questo equipaggio, di cui avevano cominciato a scrivere i giornali, fosse formato da indossatrici o da terribili virago.
Il pubblico rimaneva piacevolmente sorpreso; le ragazze erano tutte molto, molto carine, femminili e, ad eccezione della sottoscritta scorbutica e timida di natura, le altre rispondevano volentieri alle domande dei giornalisti e dei curiosi, e sapevano elargire sorrisi altrettanto bene quanto maneggiare un cacciavite. In apparenza il nostro Delfino Rosa era un'oasi di dolcezza e di allegria, pronto a prendere il mare con grinta e competenza.
In realt non fu molto semplice tenere insieme e gestire sette donne, anzi fu decisamente un'impresa pi ardua ed estenuante di quanto non lo fosse attraversare l'oceano; le donne sono pi imprevedibili del mare.
Sopportare un equipaggio di donne non fu per me cosa facile. Da sei anni ero abituata non solo a comandare, ma a convivere e lavorare con gruppi di uomini e, tralasciando i rapporti personali, era molto piacevole vedere che solidi legami si creavano tra i membri dello stesso equipaggio: rapporti molto sinceri, schietti e genuini, o per lo meno cos mi sembravano, soprattutto se c'era un fine comune da perseguire, tipo vincere una regata oceanica.
Condividevano il mio entusiasmo trascinatore e mi seguivano nelle pi strane avventure senza soffrire di crisi di identit; probabilmente erano persone talmente sicure da non sentire ingiustificati complessi di inferiorit.
Con le donne fu una vera battaglia: fanciulle salite da poco in barca pretendevano di giudicare, negativamente, le scelte veliche di quelle pi esperte; vere e proprie faide si creavano nei confronti prima di una, poi dell'altra; i voltafaccia erano frequenti, senza parlare di crisi isteriche e pianti che scoppiarono durante alcune navigazioni. Cercai sempre di tenermi al di fuori di queste meschinit, e mi ricordo che durante una di queste regate passai la giornata con la cuffia del walkman sulle orecchie a tutto volume per non sentire degli stupidi battibecchi.
L'equipaggio era costituito da ragazze mature e toste, forse di spirito un po' mascolino, e da vere e proprie oche. Se qualcuna leggendo le mie righe si riconosce nella seconda categoria, si vergogni.
Naturalmente queste banderuole al vento pendevano ora da una parte, ora dall'altra, a seconda di dove era possibile essere
pi gratificate; ma la cosa che mi mandava pi in bestia erano gli atteggiamenti in pubblico, sulle banchine, dove alcune si occupavano solamente di civettare e darsi delle arie, mentre le altre sgobbavano alacremente per riassettare la barca.
 un atteggiamento che, comunque, ritrovai in molti regatanti, anche uomini, quello di arrivare da una regata e mollare l'equipaggio a pulire e sistemare la barca per occuparsi delle proprie pubbliche relazioni.
Un altro comportamento tipico di molte ragazze era di arrendersi al primo intoppo dietro un Non son capace, non l'ho mai fatto..., non posso, cosa che irritava violentemente quelle che nella vita erano abituate ad arrampicarsi con le unghie e con i denti per ottenere quello che desideravano.
Sono convinta che questa sia parzialmente una forma di pigrizia mentale, e che dall'altra parte sia l'effetto dell'abitudine ad avere qualcuno di sesso opposto che provvede a compiere azioni che gli competono come ruolo.
Se una donna ha sempre un marito, un fidanzato o un amico pronto ad aggiustare, spostare, smontare un oggetto che non funziona, difficilmente imparer a maneggiare una chiave inglese.
Lo skipper di un equipaggio di tutte donne  vittima anche di un altro problema... tecnico-culturale, ineludibile e ripetitivo: il ciclo mestruale.
Alle soglie del Duemila, mentre da una parte l'uomo scorrazza per le galassie e la medicina ci avvicina sempre di pi all'immortalit, dall'altra la vicina di casa ti segna a dito incolpandoti di aver fatto morire le povere piante, che senz'altro hai trapiantato in quei giorni l, giorni in cui comprare dello shampoo, come piena dichiarazione di un prossimo lavaggio di capelli, denunzia una attivit pericolosa e mortale, come travasare il vino.
Non rivelatele mai che il vostro ciclo  sintetico e non segue pi la luna da anni, da quando cio  regolato da ventun pastigline colorate.
In quei giorni, e perch mai non chiamarli con il loro nome tecnico, le donne sono diverse o, per lo meno,  ancora opinione comune, purtroppo anche di alcune donne, che debbano essere diverse.
Parlando con altre sportive che, a parte il disagio tecnico dell'inconveniente, non avevano e soprattutto non si facevano altri problemi, sono giunta alla conclusione che per molte donne  comodo, anzi, comodissimo, adagiarsi sugli allori di superstizioni e pressioni culturali, per crogiolarsi nella pi assoluta pigrizia. Cos qualsiasi prestazione richiesta ad alcune componenti del mio equipaggio, veniva negata con un timido sorriso imbarazzato e la confidenziale rivelazione dello stato: Sai non posso, ho le mie cose.
E di nuovo, perch non chiamarle con il loro nome...
Poich per me la vita continuava anche in quei giorni, mi sembrava normale, salvo reali problemi medici, pretendere che ognuna continuasse a fare una normale vita sociale e di lavoro sulla barca, evitando assolutamente di lamentarsi.
Del resto, pensateci bene, se in un equipaggio di tutte donne per una congiunzione lunare ci si trovasse tutte con gli stessi problemi negli stessi giorni, cosa statisticamente probabile, mica si pu dar fondo all'ancora in mezzo al mare oceano e fermarsi ad aspettare che sia tutto finito.
L'esperienza maturata in quell'anno mi fece giurare che avrei navigato soltanto con uomini... Non  vero, ma mi permise tuttavia di adottare un nuovo sistema di selezione dell'equipaggio, che si rivel funzionare a meraviglia.
Ma poich le avventure del Delfino Rosa in Adriatico non sono ancora terminate, il resto ve lo racconto nelle prossime pagine.
La corsa pi entusiasmante fu la 500x2, regata in cui l'equipaggio and perfettamente d'amore e d'accordo per ben sette giorni; i turni al timone erano sereni e senza discussioni, le decisioni tattiche erano indiscutibilmente lasciate allo skipper, la scelta della velatura non aveva bisogno di... ah gi, ho dimenticato di dirvi che in una competizione del genere l'equipaggio  costituito da due sole persone.
Considerato lo stress e il tour de force, Giovanna e io, le due comandantesse della barca, ci incontravamo, tra sbadigli e scambi di informazioni tecniche, per non pi di un quarto d'ora ogni tre ore.
In pratica, salvo casi eccezionali, per tre ore una dormiva sognando gloria e vittorie, l'altra faceva correre la barca, cambiava vele, carteggiava, brontolava, rosicchiava cracker, ascoltava musica per tenersi desta e si ingegnava a fare la pip senza abbandonare la barra del timone.
Adesso torniamo a qualche ora prima della partenza.
Siamo a Caorle, dove la banchina del porto  gremita di giornalisti, velisti, curiosi; i primi sono a caccia di notizie, i secondi a caccia degli stazzatori per farsi piombare i motori e controllare le dotazioni di sicurezza.
Queste ultime sono immancabilmente complete ed efficienti solo su di una barca, quella che ha lo sponsor pi ricco; gli altri regatanti, in cambio di bottiglie di vino e aperitivi, le affittano solo per i controlli, e in mare... si aggiustano.
Gli stazzatori non riescono mai a capire come sia possibile che un gruppo cos eterogeneo di diportisti usi lo stesso prodotto. Noi aggiravamo il problema con altre arti, facendo seguire i controlli dalla pi carina del nostro equipaggio, una ex fotomodella con lunghissimi capelli neri e gambe da urlo: il tecnico dava cos attente occhiate ad un altro tipo di dotazioni...
Le nostre due mascottes sono per il fulcro dell'attenzione dei fotografi; occhietti furbi azzurri, ciglia nere, lunghe e vellutate, fisico asciutto e rosato,... le delfine pupazzo realizzate dalle mani di mia mamma fanno bella mostra legate sulla prua del Delfino Rosa.
Ma i giornalisti vogliono noi e iniziano a tempestarci di domande cretine; ci guardiamo nervosamente, non possiamo perdere tempo, perch dobbiamo mettere a posto la barca.
Fate questa regata per rivincita sugli uomini?, ci chiedono. Oppure: Volete dimostrare che le donne sono migliori degli uomini?. O ancora: Che cosa provate quando arrivate davanti ad un equipaggio maschile ?.
In quanto a caratteraccio Giovanna ed io eravamo decisamente ben assortite; in risposta a queste idiozie lanciamo sguardi assassini e ci chiediamo come alcune persone non possano pensare che in barca si va per divertimento, per il tipo di vita che questo sport offre, o per lavoro, indipendentemente dal sesso a cui uno appartiene. Non parliamo poi dei settimanali pettegoli che si informavano principalmente del nostro stato civile e sentimentale, per dare le pi contorte motivazioni psicologiche all'adesione di due tenere pulzelle indifese a tale rude regata.
Fortunatamente le ragazze del nostro equipaggio, con radiosi sorrisi, si occupano delle pubbliche relazioni delle loro skipper, e noi veniamo liberate dai mass media mollando gli ormeggi in modo assai insolito ed originale.
Il Delfino Rosa viene infatti trainato fuori del porto a rimorchio di una veneta, barca a remi coloratissima, tipo gondola, con il rematore in costume. Solitamente questo trionfale
traino  un onore riservato al vincitore dell'edizione precedente, ma in virt dell'insolito equipaggio femminile anche noi... rischiamo di perdere la barca sugli scogli per il forte vento.
Bang! Partiti. Ignobile bagarre sulla linea di partenza della serie: Ho mure a dritta e ti vengo dentro.
Ma io sono pi grosso e pi veloce.
Voi mi state stringendo, e io dove vado?
Gli insulti e le parolacce volano anche in direzione nostra; l'equipaggio in gonnella, con il coltello tra i denti, non si lascia intimidire e lancia improperi irripetibili. Se non ne abbiamo diritto non ci cedono il passo: sono purtroppo finiti i leggendari tempi della cavalleria.
Davanti alla nostra prua si presentano cinquecento miglia di mare e di regata, di condizioni meteorologiche incerte e dure e, nell'immediato, un ferro da stiro, barca a motore non certo amata dai velisti, con a bordo una ventina di persone armate di macchine fotografiche.
Il mostro, perch tale sembra a guardarlo da una piccola barchetta a vela indifesa, si avvicina a velocit supersonica, passa sottovento e acceca la timoniera con alcuni colpi di flash, finezza di un controsole.
Giovanna  a prua e fa un gesto con il braccio con chiaro significato intimidatorio; questo naturalmente viene interpretato come un saluto e attira nuovamente il motoscafo verso di noi. Eccolo che si avvicina pericolosamente, fuoriesce da un'onda, salta, ricade, e con un grande spruzzo lava completamente il povero timoniere che, data la posizione, non pu naturalmente abbandonare il suo posto.
La vita di bordo prende i suoi ritmi con turni di tre ore, vento forte, calme e piatte stressanti; Giovanna ruba minuti preziosi al suo turno di riposo per parlare con il fidanzato in regata su un'altra barca e, in codice, farsi dare le condizioni del vento. Quando supereremo il Cagliostro, il fidanzato troncher con lei ogni comunicazione via etere e la solidit nautica del loro amore inizier ad incrinarsi.
Adesso i giornalisti dovrebbero chiedere a lui che cosa si prova ad arrivare dietro la propria donna.
Durante le giornate di navigazione, si improvvisano pranzi
luculliani a base di scatolette, si chiacchiera, si scattano fotografie con l'autoscatto in modo da esserci tutte e due; in banchina gusteremo gli attimi passati insieme in mare, anche se le nostre foto si dimostreranno di qualit scadente, mosse, alcune con l'equipaggio senza testa, ma saranno sempre un bellissimo ricordo che testimonier la nostra vittoria; vittoria sugli altri concorrenti, per quel che riguarda la classifica, sulle presunte deficienze del sesso debole, che in questo sport di debole non ha proprio nulla, e vittoria su tutti quelli che non avrebbero dato un soldo bucato per la riuscita del nostro progetto.
A terra racconteremo le nostre imprese agli amici, colorendo il linguaggio e mimando e gesticolando un po'. Cos Giovanna brontoler sul fatto che, per svegliarmi dai turni di riposo, doveva lanciarmi in cuccetta cracker e scarpe, perch la sua voce non era sufficiente, fino al giorno in cui a causa della mia insensibilit, fu costretta a ricorrere alla forza persuasiva di una bottiglia di acqua minerale.
Io, di rimando, la prendevo in giro sulla sua proverbiale sfiga meteorologica poich, per ironia della sorte, gli unici due acquazzoni che avevamo preso erano sopravvenuti durante i suoi turni al timone.
Puntualmente svegliata dal rumore della pioggia battente in coperta, mi affacciavo al tambuccio rettangolare della barca, sfoderavo un ironico sorriso e interpretavo la parte dell'annunciatrice della televisione che legge le previsioni del tempo, inventandomi sole e clima magnifico altrove ed ogni sorta di peggioramento sotto la nuvola privata che seguiva la nostra barca.
Momenti belli e brutti passati in perfetta armonia con la nostra barca e sintonia e complicit fra di noi: gli ingredienti per una meritata vittoria.
Di quella regata ricordo ancora un episodio carino in cui Giovanna ed io avremmo voluto senz'altro essere dei robusti maschioni con forti bicipiti e pesare un trenta chili in pi a testa.
Erano le cinque di un mattino ventoso al largo di Sansego, in Iugoslavia. Procedevamo a otto nodi sotto spi, in direzione della ormai non lontana linea di arrivo, quando in lontananza
una barchetta a vela, modello anziana coppia di turisti, si avvicin a noi al traverso con mure a sinistra.
Con la bocca piena dei biscotti della colazione, la cuffia del walkman all'orecchio e l'occhietto spento da fine turno, accennai un saluto a quelli che si rivelarono essere dei pirati. Il loro saluto di risposta mi conferm che avevano visto me e le mie mure a dritta, credenziale per il diritto di precedenza. Ed ecco che la barchina zompa verso la nostra prua, ci taglia la rotta con un'abile planata tattica, si arresta davanti per una lunghissima frazione di secondo.
Click ...fotografia.
Riparte sospinta dall'onda successiva.
Un biscotto soffoca il mio grido; per evitare la collisione il Delfino Rosa straorza, accelera, strapoggia, rolla paurosamente e cabra..., no forse questo no, lo spi decide comunque di arrotolarsi a velocit mostruosa sullo strallo di prua e dal natante che si allontana giunge una voce: I'm sorry, i'm sorry.
Gi fu svegliata dalle frustate che dava la parte ancora libera dello spi e dai miei colpi di tosse, convulsi e rantolanti, generati dal biscotto che non accennava a lasciare libera la gola.
Un incidente del genere pu ritardare notevolmente la marcia, tanto pi che dalle ultime posizioni ascoltate, gli avversari non erano poi cos lontani.
Considerato che lo spi non accennava a scendere con le buone maniere, estrassi di tasca il coltello, causando una serie di urla e proteste da parte della mia coquipire che, da buona velaia, era attenta alla salute della sua creatura. Con un elastico come timoniere, ci apprestiamo al recupero del mulinante ingombro.
Non prenderlo di l,... attenta con le unghie,... non tirare,... se ci infili dentro le dita... Unica mia speranza era di fare una richiesta formale in carta da bollo, affinch lo spi scendesse in coperta.
Alla fine la necessit ci fece trovare un punto poco sensibile al quale ci aggrappammo e iniziammo a tirare con tutte le nostre forze.
Tira Lucia, tira! gridava Gi, non accorgendosi che mi libravo a un metro dal ponte, appesa alla vela. Improvvisamente, come per miracolo, questa ci concesse due metri, atterrai su Giovanna e con lei rotolammo entrambe sul ponte. Coricate, strette allo spi per non riperderlo, a ridere senza pi la forza di alzarci, con le braccia doloranti, i nostri pensieri andavano a tutti i superman che con minimo sforzo avrebbero risolto il nostro problema. E dire che non eravamo certo due esili libellule.
L'astuzia e l'esperienza ci aiutarono a domare la vela ribelle e a condurre la nostra barca al traguardo.
Nonostante Giovanna ed io, dopo questa regata, avessimo ancora navigato insieme, quella fu veramente una delle pi piacevoli esperienze vissute, sia a livello umano sia professionale. La nostra complicit e solidariet, praticamente inesistente quando eravamo in equipaggio con le altre ragazze, si ricostitu solo in un'altra occasione, sei mesi dopo la 500x2, quando cio ci ritrovammo a regatare in Atlantico su una barca di tredici metri occupata da un equipaggio di sei persone e condotta e gestita solo da tre.
La mia ex coquipire ed io, alleate a Camillo, con il quale stringemmo una duratura e sincera amicizia, gustammo la traversata e i piaceri derivanti da una navigazione sugli alisei: il resto dell'equipaggio si annoi a morte.
Variopinti tramonti, sole e mare caldo, turni per nulla faticosi, il tempo libero passato a leggere, dormire e chiacchierare, e poich ciascuno di noi si rivel essere un eccellente cuoco, gastronomicamente ci trattammo proprio bene.
Il resto dell'equipaggio soffr maledettamente il mal di mare. Ogni giorno dal nostro forno uscirono pizze, pane e focacce; il nostro uomo di bordo, sensibile alla nostra femminilit, fu un cavaliere eccellente e galante, e oltre a sollevarci da qualsiasi genere di lavoro faticoso, si trasform per l'occasione in un provetto pescatore che, armato di un vecchio amo e di un pezzetto di straccio sfilacciato, procacciava cibo fresco per le sue beneamate.
La cabina di prua della barca ospitava vele, pezzi di ricambio e un'attrezzata officina, ma sparsi un po' ovunque pendevano salami pugliesi e un galattico formaggio Auricchio che l'armatore aveva cercato di tenere per le grandi occasioni.
Quando il gatto non c' i topi ballano, dice un proverbio. Siccome il resto dell'equipaggio, pur non partecipando alla vita sociale e all'andamento della barca, annoiandosi tutto il giorno, non rinunciava a una ininterrotta ronfata notturna, noi lavoratori del mare, attendevamo le tenebre per assottigliare l'Auricchio, accorciare i salami e innaffiare il tutto con bottiglie dissepolte dai nascondigli pi reconditi della barca. Il tutto alla faccia di un incapace armatore e del suo viziatissimo figlio.
Al ritorno dai Caraibi, nonostante le belle avventure, i destini di Giovanna e mio si separarono; lei in Adriatico con una barca pi grande, e io in Tirreno con un prototipo da regata pi cattivo.
Le nostre vicende e i nostri problemi con le donne continuarono senz'altro uguali su diversi campi di regata, ma i nostri due equipaggi non ebbero mai l'occasione di affrontarsi, e cos nemmeno noi, le due skipper, ci misurammo mai come avversarie.
Sfruttando l'onda della pubblicit riflessa, che appariva sui giornali sotto forma di interviste e foto dell'equipaggio di valchirie vestite di rosa, lo sponsor mi rinnov il contratto per un ulteriore anno di regate.
Mi ritrovai a calpestare il ponte di una cattivissima barca da regata, equipaggiata con qualche cordino da tirare in pi e con un invidiabile guardaroba di vele.
In effetti i sacchi di vele di invidiabile avevano solo la quantit, poich l'ex proprietario della barca, da vero spilorcio, si era tenuto le vele nuove e ci aveva dotato di lenzuola d'epoca, con cui la barca aveva macinato miglia, trasferimenti, regate e allenamenti.
Insensibile fu lo sponsor alla nostra richiesta di vele nuove; in una barca a vela, le vele sono una dotazione superflua, in compenso ci ritrovammo attrezzate di cerate lilla, felpette fucsia, maglie violette, poich stufe di sembrare dei confetti in vacanza, il colore rosa l'avevamo solo conservato nel delfino e nel nome.
Ricordate l'avventura precedente?
I destini di Giovanna e quello mio si erano divisi e cos anche l'equipaggio femminile che avevamo messo insieme in occasione di alcune regate.
Non sapremo mai se per scelta di stima e amicizia nei confronti delle skipper, o pi per motivi di comodit regionale, le donne si dispersero un po' da una parte un po' dall'altra, seguendo la barca in Adriatico o quella in Liguria, a seconda della voglia di percorrere pi o meno chilometri ad ogni fine settimana.
Questa volta non volevo cimentarmi nelle dispute, lamentele, capricci dell'equipaggio dell'anno precedente: cos adottai un sistema completamente diverso di selezione delle veliste. Le qualit richieste erano: atleticit, voglia di lavorare, entusiasmo, disponibilit e un minimo di capacit marinaresca.
La selezione la operavo di domenica in domenica grazie ad una barca che un amico mi aveva prestato; ogni fine settimana una prova.
Mi ritrovai cos a gestire due profie di ginnastica con grinta e forza da vendere: Isabella soprannominata la zanzara talmente la sua costituzione fisica era esile e leggera e Monica, detta la massaia, che imparava dalla nonna l'arte del ricamo per poi utilizzarla sulle magliette dell'equipaggio.
Essendo le due, all'inizio, le meno esperte in arte marinaresca, esse venivano sfruttate per la loro forza fisica.
Giuliana, patita del surf a vela, era muscolosa e resistente quanto la donna bionica, Adriana, studentessa in medicina, si impratichiva rattoppando le nostre ferite e regolava le vele con l'esperienza di una derivista.
Erica, un metro e ottanta di sangue toscano, con la risata sempre pronta, non ultima Maria Grazia, maestra di sci in missione speciale al mare, rimasero con noi solo per alcune regate, e vennero in seguito rimpiazzate dal mio inseparabile marinaio Clelia e dalla randista Luisa, dette le cuneesi.
Nelle varie regate si alternarono alcune fanciulle come presenze effimere nel nostro team affiatato, poich, come ho gi avuto modo di dire, le primedonne, le sfaticate e le pigrone mal si adattavano ai ritmi e alla nostra compagnia.
Non generalizziamo, per: alcune, rivedendole nelle foto, le ricordo con piacere ma, impegni di lavoro o di famiglia, non hanno loro permesso di giocare per due anni con noi a fare i marinaretti.
Dopo aver scremato l'equipaggio dei soggetti negativi o indisponibili, ci ritrovammo casualmente in sette piemontesi e condividemmo la nostra tipica e larga in giro per i luoghi di mare, per circa due anni, sopravvivendo stoicamente alle esigenze dei diversi sponsor, affrontando con grinta gli avversari e il cattivo tempo, riportando soddisfazioni e vittorie.
Non essendo ancora a punto la barca, ci allenammo sul Po, dove tra le nebbie torinesi, il freddo e i miasmi del fiume, le due addette alle tabelle di allenamento ci sottoposero a una tortura di vogate giornaliere sulla quattro con, sorta di siluro instabile dotato di otto lunghi e pesanti remi e di un membro di equipaggio appollaiato a poppa: il timoniere.
Non ritenendo necessario sviluppare i miei erculei muscoli, mi sacrificai e rassegnai a congelare in una scomoda posizione, ed interpretai il ruolo del con, dando aria ai miei polmoni per scandire il ritmo della vogata.
Ancora una volta il perfido skipper aveva assunto il ruolo a lui pi congeniale, quello del comando, e come un negriero dispensava ordini ed infliggeva punizioni.
Nonostante il duro allenamento, ai campionati italiani, selezione valida per i mondiali, riportammo risultati penosi; a parte le belle partenze, le nostre vele ci trascinavano negli ultimi posti delle classifiche, e quando non ci si mettevano rotture o incidenti, eravamo noi a fare errori e pasticci. La nostra posizione nella classifica finale ci escluse automaticamente dai campionati del mondo ma, poich sono dura a rassegnarmi alla sconfitta, decisi di rivolgermi direttamente alle alte sfere della F.I.V., la Federazione Italiana Vela, per cercare di sostenere l'unicit dell'equipaggio in questione.
Armata di faccia tosta, inviai una lettera senza nemmeno ben sapere a chi indirizzarla. La missiva, scritta sicuramente con franchezza ed entusiasmo, suonava cos:
Al Presidente ed ai membri della Commissione Altomare:
Oggetto: richiesta di partecipazione ai mondiali da parte dell'imbarcazione Delfino Rosa con equipaggio interamente femminile.
Non essendo molto abile nelle richieste formali, passer subito ai motivi per cui oso chiedervi di ammettere la nostra imbarcazione ai mondiali, nonostante non si sia ASSOLUTAMENTE qualificata nelle selezioni.
Purtroppo l'ex Tomahawk, barca notoriamente degna di partecipare a qualsiasi competizione,  giunta nelle nostre mani ed  stata varata dal mio equipaggio esattamente la settimana prima dei campionati italiani.
La mancanza di tempo non ci ha neanche permesso di controllare l'attrezzatura (vedi l'improvvisa rottura di una sartia volante e conseguente ritiro), n di preventivare la sostituzione di alcune vele d'epoca datate 1982, e quindi a dir poco obsolete per regate di triangolo.
Che dire dell'equipaggio? Si sta operando una selezione, non tanto per avere delle professioniste in barca, quanto per riuscire ad
ottenere un affiatamento ed una omogeneit di grinta e di entusiasmo... qualit indispensabili per condurre la barca in modo onorevole.
Per questo abbiamo anche messo a punto un programma di allenamenti a terra ed uno studio serale sulle regolazioni delle vele e sulle tecniche di regata, coadiuvati da persone qualificate che credono nelle nostre possibilit.
 mia intenzione carpire i segreti e le malizie di questa barca dai membri del suo vecchio equipaggio e dal suo progettista.
Oltre a partecipare a tutte le regate di triangolo disponibili in Tirreno, nell'eventualit di una nostra partecipazione ai mondiali, intendiamo allenarci in modo costante nel periodo di agosto in Liguria e ai primi di settembre all'Elba.
Vorrei sottolineare che, l'anno passato, abbiamo riportato dei buoni risultati seppur in regate prettamente d'altura.
Dopo avervi esposto il nostro programma, non mi resta che sperare vogliate incentivare l'iniziativa della vela al femminile.
Al limite ... avrete ben bisogno di qualcuno che si classifichi ULTIMO!
A quel punto ero pienamente convinta che lettera, humour e sfacciataggine, avrebbero smosso i cuori dei rigidi membri della federazione; insensibili al fascino femminile, categorici nei regolamenti, furono diplomaticamente costretti a scriverci due righe di rincrescimento, con pochissime e remote possibilit di tenere conto della nostra richiesta.
Se la nostra barca, impegnata in un percorso a triangolo, non era un fulmine di guerra e l'equipaggio non rispondeva ai requisiti tecnici della prestigiosa Coppa America, ci saremmo rivolte a competizioni pi adeguate, le regate d'altura, tipo la Giraglia dove venivano anche esaltate le qualit dei marinai.
Quell'anno la regata della Giraglia partiva da Tolone e noi, prese da vari impegni, arrivammo all'ultimo momento utile per essere ammesse ai controlli di routine.
Iniziammo subito commettendo qualche... errore tattico: avventandoci, durante il rinfresco di saluto, su delle fette di salame di un rosa acceso in tinta con le nostre divise e facendo incetta di noccioline salatissime ed unte. Il nostro motto era mangia il pi possibile quando ne hai l'occasione, ben consce che il nostro budget per acquisti alimentari era abbastanza esiguo. Predisponemmo quindi lo stomaco al mal di mare, il viso a delle inestetiche pustole e l'intestino alla...
Con il fisico in perfetta forma, vagammo per la citt per completare gli approvvigionamenti della cambusa, e commettemmo il nostro secondo errore: poich il pane era pi economico del companatico, acquistammo una quantit industriale di baguettes, tipico pane francese di forma sottile ed allungata il quale, dopo appena poche ore di barca, reclina le estremit come un fiore reciso e si trasforma in una corda elastica.
Preciso ora che la regata della Giraglia  una tipica competizione di altura che si corre tutti gli anni dalla Francia all'Italia, o viceversa, e che impegna gli equipaggi per circa due giorni; i diretti avversari corrono in gruppo, a vista, i cambi di vele si susseguono seguendo i capricci del vento e la stanchezza viene scacciata con la tensione della gara.
Nonostante la buona posizione e un vento che aumentava progressivamente, il mio equipaggio si concedeva piacevoli svaghi: chi leggeva, chi prendeva un po' di sole, alcune parlottavano in vena di confidenze e qualcuna, meno fortunata, passando alternativamente dal verdino al bianco pallido, subiva le conseguenze del rinfresco di Tolone.
Cos, poich bisognava continuare a lavorare in gruppo,
capitava che lo stomaco della malcapitata rispondesse prontamente agli ordini dello skipper. Su lo spinnaker e, a fine manovra, tornava su anche il salame. Via la mano di terzaroli e, di conseguenza, via anche le noccioline dallo stomaco.
La nostra barca correva veloce a undici nodi e, come spesso accade al mese di giugno, nonostante le decise raffiche di vento e i vortici creati dalle vele, in questa nostra galoppata fummo visitate da alcuni uccellini che, esausti, piombavano in coperta come proiettili.
Gioia ed emozione e caccia ai malcapitati, che si vedevano inseguiti da sei fanciulle vociferanti e da dodici manacce non sempre delicate; pane sbocconcellato per nutrirli, forzature di piccolissimi becchi a quattro mani, due per tenere l'uccellino, due per spalancarne il becco, l'intervento di una quinta mano per introdurre il cibo nelle fauci.
Violente docce di acqua gassata nel tentativo di abbeverare gli animaletti, che sbuffavano a mala pena l'aria dalle narici, nel tentativo di non morire annegati.
E poi via, tutti a nanna nella cala vele, dove poter depositare corrosivi escrementi sui sacchi delle vele, nel caldo umido pi asfissiante, nella prua di una barchetta che salta di onda in onda, dove anche con gli artigli di un'aquila sarebbe difficile mantenere una posizione stabile.
La skipper, cuore di pietra, sollecitava a lasciar stare gli esserini e a badare alla barca, conscia che per un animale di quella taglia sia abbastanza traumatico essere afferrato, seppur delicatamente, da un gigante che ti parla e sorride da un buco nero grosso quanto te e da cui spuntano trentasei denti.
E poi, perch diavolo strozzarli con del pane premasticato, quando la loro dieta tipica  a base di insetti?
Poche ore dopo, al tramonto, cuore di pietra, davanti ad un equipaggio in lacrime, sar costretto ad abbandonare in mare i corpicini senza vita degli ospiti, ma anche questo era gi stato previsto dalla skipper.
Nella lunga esperienza di navigazione, questo piccolo dramma succede sovente; qualche volta, per, un uccellino si riposa per ore e poi riparte: quella volta una piccola barca a vela avr involontariamente cambiato il corso della natura.
La regata prosegue macinando miglia, mentre si guadagnano preziose posizioni in classifica. Con il braccio intorpidito dal freddo e dal timone, ad una cert'ora mi candidai per la preparazione della cena, cogliendo, con il mio generoso gesto, l'occasione di scaldarmi un po' e di riposare.
Prosciutto, fette di salame rosa rubate, noccioline unte e umide, formaggio e altre delicatezze in un trionfo elastico di baguette costituivano il men della serata.
Alcune ragazze, affaticate dalla regata, non avendo sufficiente forza nelle mandibole per arrivare alla fine di un panino gommoso, ripiegarono su cracker e parmigiano. Al buio confezionavo tramezzini e segavo energicamente tranci di pane molliccio, piroettando al ritmo del rollio della barca e passando all'esterno, ad ogni richiesta, la cena espressa.
Tra il rumore del mare e il rosichio dei cracker, distinguevo le voci preoccupate di alcune compagne che lamentavano in bocca un gusto strano e metallico, e immaginavo pacchettini trasparenti che in tutto quel disordine e trambusto si erano rotolati nell'acqua di sentina e ne avevano assorbito il gusto.
Alla debole luce di una lampadina a pila, un urlo di disgusto chiar l'inconveniente; tagliando il pane, vittima di un rimbalzo incontrollato del coltellaccio, mi ero letteralmente affettata una mano, ma il freddo e l'umido mi avevano impedito di accorgermene.
Intervenne la nostra allieva chirurgo e, nonostante le mie energiche proteste, riusc a fasciare il mio tagliettino con trenta metri di garza sterile e altrettanti di cerotto; scampata a morte certa per dissanguamento mi trovavo ora con una mano inutilizzabile, ma l'apparente gravit dell'incidente mi avrebbe certamente trasformato in un eroe e qualche curioso passante, all'arrivo, avrebbe senz'altro chiesto informazioni.  stata una baguette avrebbe detto il mio equipaggio, e gli ignari avrebbero immaginato chiss quale sofisticata e complicata manovra velica...
Sulla dirittura di arrivo moll il vento e ci trovammo in una mischia di barche ciondolanti tra cui i nostri diretti avversari.
Le barche avanzavano con una lentezza inimmaginabile,
gli avversari potevano essere scorti solo quando illuminavano con la torcia le vele per vedere se erano ben regolate o quando un vizioso si accendeva una sigaretta.
Noi non eravamo sicurissime della nostra posizione in classifica perch, a causa del mal di mare, l'addetta alla radio non era riuscita a captare bene le posizioni dei nostri diretti rivali; ma avevo la netta sensazione che, della nostra classe, fossimo le prime.
Poich i regolamenti vietano di spegnere le luci di via, lumini colorati ufficialmente sparsi per la barca per evitare le collisioni con gli altri, decisi di dedicarmi alla guerra psicologica pensando all'umore degli equipaggi che avevo dietro.
Nell'assoluto silenzio della notte, nel buio pi completo, le mie ragazze iniziarono ad appoggiare sul vetro delle luci accese, alcuni pezzi di carta igienica bagnata, affievolendo progressivamente l'intensit della luce.
Iniziarono cos le manovre degli avversari; i meno scafati pensavano che fossimo state raggiunte dalla brezza di terra e che la nostra barca li avesse distanziati di buon passo. In certe condizioni, pi si manovra e pi si rischia di perdere terreno, pardon, acqua.
La stanchezza dei giorni precedenti gioc a nostro favore e, al passaggio della linea di arrivo, sentimmo un colpo di cannone. Non ci stavano sparando addosso gli altri concorrenti, solo eravamo la prima barca di classe ad attraversare il traguardo.
Alla premiazione ricevemmo una bellissima coppa e tanti applausi per la barca delle donne.
Chi tiene il trofeo? Lo skipper, il timoniere, l'equipaggio... Peccato, il nostro se lo port via lo sponsor e a noi non rimase niente, o per meglio dire, a noi rimase la cosa pi preziosa, il ricordo di una bellissima avventura e il gusto della vittoria.
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Capitolo 4. Le donne del Barone Rosso.
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Quel giorno stavo sfogliando delle vecchie riviste di vela.
Negli annunci economici mi cadde l'occhio sulla piccola fotografia di uno scafo slanciato e strettissimo, in secca su di un invaso.
Anche se il giornale aveva una data antiquata, provai a telefonare.
Nessuno ne sapeva niente; alcuni membri di una famiglia veneta mi rimandavano dall'uno all'altro affermando che la barca era ancora in vendita e si trovava in un prato.
Devo confessare che, oltre alla bellezza delle linee, ero stata attirata dal fatto che la barca fosse appartenuta, o per lo meno cos si diceva, al mitico Barone Rosso, fin da bambina il mio eroe preferito.
Il fantasma di Manfred von Richthofen mi aveva guidato in quel prato per salvare la sua imbarcazione timonata ormai da lucertole e insetti vari. Iniziarono cos i miei guai.
L'intenzione era di acquistare la barca e di navigarci con l'equipaggio di tutte donne nei raduni per barche d'epoca; trovata la SAAB Automobili, sponsor per coprire una parte dei costi, estratto fino all'ultimo centesimo dal mio conto in banca, coinvolte le ragazze per avere una mano nei lavori e nella gestione, eccomi armatrice dello Stint, un 8 metri S.I. del 1908.
In realt la dicitura 8 metri caratterizza, quando si tratta di pagar tasse e posto barca, uno scafo lungo tredici metri, largo due metri e trenta, con un bordo libero, cio alto sul livello del mare, circa quaranta centimetri.
Vi lascio immaginare quanto fosse appropriato il suo nome originale, Stint, che in tedesco designa una qualit di acciuga, e quanto fosse poco abitabile e molto umido in navigazione.
L'equipaggio in gonnella accompagnato da un marito, un fidanzato inglese, un fratello e un amico, si apprest a partire
da Venezia con tanto entusiasmo, pochi viveri e nemmeno una carta nautica.
La mia esperienza di navigatrice sarebbe stata sufficiente a condurre la barca a La Spezia se alcuni piccoli contrattempi non ci avessero reso il percorso ricco di avventure e incidenti, tutti risolvibili facilmente con una serie di assegni e banconote, ma, ahim quel tipo di carta era ormai oggetto raro sullo Stint e nelle tasche del suo entusiasta equipaggio.
La prima o la seconda notte di navigazione, Clelia, mio fedele secondo, mi risvegli con voce soave e timorosa dal mio turno di riposo: Lucia, puoi venire fuori un attimo e accendere il motore che ci siamo incagliati?.
La scena che mi si present strisciando fuori dal tambuccio era decisamente molto particolare. Il mio equipaggio era schierato in piedi sul lato sinistro della barca, le vele erano perfettamente gonfie e a segno, la barca immobile e una lieve nebbiolina saliva dall'Adriatico.
Un silenzio spettrale era rotto da un ritmico tric... tric... che con un periodo di quindici secondi faceva scattare la luce del faro che si trova all'estuario del Po.
Quel faro svettava in tutta la sua altezza sull'albero della barca, e nei momenti di luce eravamo letteralmente accecati dal suo fascio luminoso e dal riflesso sulla nostra randa.
Non avevo parole e il mio cupo silenzio contribu a far sentire ancora pi in colpa il mio distratto equipaggio. Attanagliati dal banco di sabbia fangosa, sballammo tutti i turni di riposo per liberare da quell'atmosfera scozzese la povera barca.
Quella fu anche l'ultima volta che quell'ammasso di ruggine che era il motore diede qualche segno di vita.
Il nostro trasferimento procedeva tranquillo o, per lo meno, cos immaginavamo visto che fino ad Ancona il panorama era costituito da una fitta nebbia, un mare simile al minestrone di verdura e un opprimente silenzio rotto dalle sirene delle piattaforme petrolifere. Queste, dislocate nei dintorni di Ravenna, sono solite fare strani scherzi ai naviganti e diedero delle orrende allucinazioni alle ragazze, le quali sognavano strani mostri con zampe e braccia pericolose, artigli e bocche vomitanti fuoco.
Al traverso di Brindisi issammo finalmente lo spi. Questo aveva solo vent'anni, molte regate alle spalle ed era anche servito come antipasto a qualche topolino. Non potendomi permettere una cura estetica presso un velaio e ancor meno una vela nuova, lo avevo affidato alle mani e alla macchina da cucire di mia madre.
Siccome la mamma non trovava decoroso applicare sullo spi della barca di famiglia delle toppe rettangolari, tra l'altro di vela di colore contrastante, si era sbizzarrita nel tappare buchi e rosicchiature con fiori modello margherita.
Il nostro spinnaker a fiorellini era un vero campo fiorito, ma a dispetto di tutti i preventivi con tanti zeri che avevo consultato, tirava che era una meraviglia e come immagine era adattissimo ad un equipaggio di signorine.
Con lo spi issato la barca correva da far paura e, soprattutto, era particolarmente ingovernabile, ma la soddisfazione nel timonarla era tale che Maurizio, nella vita quotidiana copilota di aerei militari, si sentiva perfettamente a suo agio.
Nessuno voleva ammettere che il vento stava paurosamente aumentando: fu una strambata a due conclusasi con una clamorosa caramella, che ci diede da pensare.
A questo punto, come al solito, era gi troppo tardi: lo Stint planava alla velocit di dieci nodi; l'equipaggio strappato d'urgenza alle cuccette, faceva fatica a mantenere il contatto con il ponte (notate bene che non c'erano le draglie di protezione), la testa d'albero oscillava da zero a cento gradi tridimensionalmente, ed io ero l, a diciassette metri virgola quaranta centimetri sul livello del mare, aggrappata con tutte le mie forze, intenta a raccontare strane storielline allo spi a fiori affinch calasse in coperta.
Poich, a causa del rumore e dell'altitudine, le comunicazioni con il ponte erano momentaneamente interrotte, le mie donne decisero che era meglio ridurre la randa e prendere una mano di terzaroli.
Sarebbe stato pi idoneo, vista l'intensit del vento, prenderne due di mani, ma la nostra randa non era programmata per le navigazioni d'altura e si poteva ridurre una volta sola.
Non vi dico il mio terrore; anche il fantasma del Barone
Rosso era bianco dalla paura, tanto pi che lui e io vedevamo di fronte alla prua della barca le luci della diga foranea del porto commerciale di Brindisi.
Portate a termine le operazioni sulle vele, cambiata la rotta per allontanarci da scogli pericolosi e schiuma bianca, sparita la visione del Barone, l'equipaggio si ricord che qualche ora prima stavo aspettando un coltello per compiere il sacrificio della drizza.
Io e lo spi, lo spi ed io... riacquistai l'uso delle gambe e della parola solo dopo un litro di t caldo; il sole spuntava, il vento calava e calava: in piatta totale ci ritrovammo a ciondolare lungo la costa pugliese, decise a concederci uno scalo ad Otranto.
Non l'avessimo mai fatto.
Dopo una lunga disquisizione sulla natura del luogo, riconosciuto forse da qualcuno che in giovent ci aveva passato le vacanze estive, al tramonto entrammo nel porto e ormeggiammo a vela, non per dimostrare le nostre capacit tecniche, ma perch eravamo sprovvisti di remi adatti a spostare un'imbarcazione del peso di dieci tonnellate.
Abbrutiti da cinquecento miglia di navigazione, dall'assenza di acqua dolce a bordo, con le occhiaie da notte insonne, fummo subito guardati male dai locali, visitati dai guardiamarina della Capitaneria di porto, segregati in un angolo, e poich lo Stint ed io eravamo sprovvisti di qualsiasi tipo di documento - li avevo dimenticati a Venezia dal notaio - fummo entrambi messi sotto sequestro.
A nulla valsero sorrisi, scuse e charme femminile; le leggi sono leggi, la barca potrebbe essere rubata, il confine  vicino e domani  sabato.
Da dietro l'inferriata della finestra vedevo occhieggiare il mio preoccupatissimo equipaggio, e i marinai di leva cercavano di confortarci assicurandoci che Cerbero,... scusate, che il loro comandante non era poi cos burbero.
Otranto si trasform in un bellissimo posto di mare per fare una villeggiatura forzata.
Tornate le ragazze con gli accompagnatori alla loro vita di routine e cittadina, Clelia, il fidanzato inglese, mio per l'esattezza, lo Stint, il fantasma del Barone, quell'ammasso di ruggine chiamato motore ed io, restammo tutti insieme ad attendere un fax liberatorio dalla Capitaneria di porto di Venezia.
Senza una lira, Clelia e io stringemmo subito amicizia con gli equipaggi della flotta di pescherecci che stazionava nel porto; la nostra barca veniva spostata con mille premure ad ogni attracco della nave, pranzo e cena erano assicurati in cambio di una lavata di piatti, l'ospitalit meridionale si era scatenata in una serie di attenzioni, inviti, passaggi e regali nonch in un accanito interessamento per il mio caso giuridico di lenta risoluzione.
La situazione era disperata, poich mancava un mese al raduno delle barche d'epoca di La Spezia al quale, per contratto con lo sponsor, dovevamo assolutamente partecipare.
Da Torino arrivavano confortanti messaggi dalle fanciulle che avevano trovato abbigliamento e sponsor alimentari, i pescatori cercavano di smontare e rimontare ruggine, per accelerare nelle piatte la risalita verso il nord, il comandante del porto, dal quale andavamo ogni giorno a perorare la nostra causa, non ne poteva pi di noi, il fidanzato inglese per la sua meschinit era stato scaraventato in banchina insieme con i suoi bagagli, e qualche spirito pietoso gli aveva indicato un... coach... per Londra.
Un pomeriggio un ometto in borghese cammin lungo la banchina del porto, chiam a bassa voce le due signore rimaste sole solette sulla barca, e disse: Vado qualche giorno in vacanza, quando torno voglio credere che non siate mai esistite.
Con questa frase il comandante ci diede un ufficioso benestare, che ci permise di partire ancora senza documenti.
Con ruggine muto, viveri omaggio e una lampada a petrolio che a tutt'oggi conservo, salpammo alla volta del Tirreno; ci attendevano solo pi settecento miglia.
Ma in una notte senza luna, alle due circa, fui costretta a svegliare Clelia: eravamo nel bel mezzo dello Ionio e avevamo disalberato.
Non c'erano pi di dieci nodi di vento, ma un'onda fastidiosa da sud preannunciava qualche cosa di poco piacevole. In un buio totale, la barca si presentava come un groviglio di
cavi in acciaio e cime, le vele tenevano insieme i pezzi d'albero e un moncone batteva ritmicamente contro lo scafo.
Riguardando le foto che scattai alla cieca nel buio, noto che Clelia era schizzata in coperta con una scarpa e uno stivale, e poich strizzava gli occhi con grande sforzo e una smorfia della bocca, deduco che senza occhiali non vedesse niente ma intuisse il disastro.
Non so che cosa darei perch la macchina fotografica avesse impressionato anche il filo dei suoi pensieri...
Senza perderci d'animo, patimmo le pene dell'inferno per recuperare tutto e tirare a bordo fino all'ultima vitina, convinte che si potesse riparare, saldare, giuntare o non so che cosa, l'albero, poich il problema dell'incidente era che lo Stint non era coperto da assicurazione: i soldi erano finiti e i tempi stringevano sempre pi.
Al sorgere del sole avevamo issato tutto in coperta e tamponato la falla nello scafo che il troncone d'albero, rimasto a ballonzolare a pelo d'acqua, aveva provocato.
Morte di sonno fummo avvicinate da una nave italiana di cui non riporto il nome e al cui equipaggio ho augurato ogni male, scrutate per benino e lasciate in mezzo al mare senza albero, senza motore e senza radio VHF.
All'ora di pranzo attingevamo da una scatoletta di piselli, mentre la barca correva a cinque nodi con un tangone per albero, un fiocco per vela, la bandiera italiana e il guidone della Lega Navale che sventolavano ottimisti su un'improvvisata sartia di tessile.
Al tramonto, dopo aver ormeggiato a un'enorme boa per le navi, sbarcammo a nuoto sulla spiaggia di Ciro Marina e impietosimmo dei bagnanti a tal punto che ci diedero un passaggio in auto al telefono pi vicino.
La catena del pronto intervento cercava in quel momento di partire ma con scarsi risultati; anche la Delegazione di Spiaggia del luogo ci mise lo zampino, poich la barca era vittima di un evento straordinario e non poteva pi, per legge, navigare.
Sono costretto a ritirarle la licenza di navigazione.
Faccia pure, se crede,  da un notaio di Venezia!
Riuscimmo a fuggire anche da Ciro, complice un mare di scirocco che avrebbe tolto la voglia a qualsiasi pilotina di seguirci.
Il giorno dopo eravamo nel porto di Sibari, al sicuro tra le mille attenzioni dell'amico Camillo, quello che nella traversata atlantica, aveva condiviso con me e Giovanna, Auricchio e champagne.
Stint, tra il disappunto del mio conto bancario e del Barone Rosso, venne costosamente caricato su di un camion, portato a La Spezia, e varato con un nuovo albero il primo giorno del raduno di barche d'epoca organizzato dalla Marina Militare.
Nonostante la randa non entrasse nel nuovo albero, l'equipaggio non fosse allenato e i ricami Stint sulle magliette fossero un po' storti (made in Clelia), fu un grande successo, confermato dalla stampa e dagli applausi.
So che se continuo la storia potreste non credermi, ma ci provo lo stesso.
 finito, dunque, questo primo raduno, e mi accingo a partire dalla protetta rada spezzina, con qualche ragazza.
Un amico, da solo, deve portare la sua barca a San Remo, dove c' la partenza della Giraglia, regata che anche noi abbiamo in programma e, poich manca il vento, si offre di darci un traino.
All'imbrunire la brezza fa in modo che la cordata si sciolga e lo Stint navighi allegro davanti all'altra barca.
Avevo imbarcato la batteria del mio furgone per accendere le luci di via, ma poich non avevo possibilit di ricaricarla, usavo l'illuminazione con parsimonia.
Accesi le luci, dunque, in prossimit dell'incrocio con un traghetto e, devo confessare, le rispensi immediatamente dopo; non solo, bench fosse risaputo che la barca non poteva navigare oltre le sei miglia dalla costa, approfittai di un bel vento al traverso per tagliare il golfo di Genova; una media di nove nodi confermava le mie scelte.
Non avevo per fatto i conti con il mio apprensivo amico che, dalle retrovie, aveva visto nelle tenebre sparire le luci dello Stint dopo un pericolosissimo incrocio con un traghetto e aveva subito pensato al peggio: l'affondamento. Lanciato
l'S.O.S. a tutte le Capitanerie della Liguria, in una notte ventosa le pilotine mi cercavano dove la veloce acciuga senz'altro non c'era.
E il Barone ghignava soddisfatto.
Alle sei del mattino, quasi ad Imperia, una vedetta ci chiese le generalit e ci obblig ad entrare in porto per rendere conto. Non vi dico il pasticcio in cui mi aveva cacciato l'amico, e i documenti miei e della barca che erano ancora in giro per l'Italia.
Conservo ancora un lungo papiro burocratico che, alla fine, mi autorizzava, sotto la mia responsabilit, a raggiungere la linea di partenza della regata.
Che verbale! Avevo in poche ore collezionato tutte le infrazioni previste dal codice della navigazione.
Quell'estate, per rispettare gli impegni delle regate e dovendo trasferire la barca in giro per il Mediterraneo, Clelia ed io decidemmo di andare a vivere in pianta stabile in quel corridoio galleggiante che era lo Stint e iniziare i lavori di restauro e migliorie abitative degli interni; il primo atto fu di smontare pezzo dopo pezzo il motore.
Con una fornitissima cassetta degli attrezzi fregata a mio pap, carta e penna per segnare l'ordine dei pezzi, delle viti e delle strane cose che saltavano fuori dal vano motore, tanta pazienza e un bidone di liquido disossidante, il famoso CRC,
sotto il sole cocente del mese di agosto iniziai a demolire il motore.
Grandi bidoni in plastica tagliati a met erano vasche per rianimare bielle e pistoni, cartavetro finissima e ore di lavoro riportavano alla originale lucentezza le parti meccaniche. Infine rimontai il tutto seguendo le mie stesse istruzioni e mi accinsi ad aspettare il varo della barca per sperimentare l'accensione del motore.
 pur vero che i motori si possono provare anche con la barca in secco, ma le condizioni del fasciame dello Stint non erano delle migliori e temevo che le vibrazioni trasformassero lo scafo in un ammasso di segatura.
Nel frattempo la mia marinaia si dilettava con vernici regalateci dal cantiere, a dire la verit un po' rinsecchite, ma adattissime a migliorare l'aspetto estetico della barca; era diventata nostra abitudine raccattare preziosi rifiuti dalle altre barche, come cime o vele, proprio come faceva il mitico navigatore francese Moitessier, e non mi vergogno di dire che, per mangiare, qualche volta abbiamo anche sottratto dai coperti dei de hors dei ristoranti il pane.
Fu senz'altro una stagione meravigliosa e ricca di soddisfazioni: il motore necessit soltanto della messa in fase da parte di un meccanico professionista e il parco vele era aumentato grazie all'aiuto delle improvvisate doti di velaio di mia madre. Con l'arrivo di Anna, ricominciammo a mangiare in modo ricco e completo.
Anna, l'amica orafa, si era imbarcata nelle scomodit dello Stint per un breve periodo di riposo, sognando di far collimare le nostre soste tecniche in porto, con quelle del fidanzato, allora imbarcato con i genitori, durante una crociera in Corsica. Ma anche la skipper-armatrice stava allora inseguendo un bellissimo e muscoloso pallanuotista in giro su di una barca a vela, e l'equipaggio fu costretto ad una navigazione Costa Azzurra-Sardegna, senza scalo, al fine di non alterare l'umore ringhioso del comandante sedotto.
L'amica, triste, si vide sfilare sotto al naso tutti i porti dove il suo beneamato poteva essere in vacanza, e forse rimpianse di non essere andata in montagna.
Fu lo Stint a riportare le pi tristi conseguenze di questa navigazione forzata e, giunti all'ingresso del porto di Palau, scoprimmo, troppo tardi, che nel motore era entrata acqua di mare: rivivemmo lo sconforto di Otranto, con ruggine 2, il ritorno.
Questa volta fui poco tenera nei confronti dell'ammasso e passando da Genova decisi di alleggerire la barca di trecentocinquanta chilogrammi e di offrire al mio equipaggio un bell'armadio per le sacche da vela. Molta fu la mia delusione quando, invece di ricevere denaro per il ferrovecchio, fui io a pagare perch qualcuno lo portasse via.
L'assenza del motore mi cre un problemino ad Imperia che si risolse con una figura da cretino da parte di un armatore prepotente ed indisponente.
In una uscita di allenamento ci accingevamo ad issare lo spi; avevamo a riva solo la grande randa e una delle ragazze meno esperte era al timone. Una barca a vela, che procedeva lentamente a motore, ci tagli la strada; il nostro timoniere cerc di poggiare per evitarla, cosa impossibile con quella velatura e lo Stint conficc la sua prua nel fianco della barca.
Specifico per i meno esperti che, anche se bisogna comunque fare i salti mortali per evitare le collisioni, una barca che procede a vela ha la precedenza su una che procede a motore.
L'equipaggio della barca inizi ad insultarci riferendosi al fatto che eravamo delle donne, dal loro punto di vista, incapaci. Pretendevano inoltre di aver ragione: secondo loro anche noi procedevamo a motore.
Decisi di rimandare ogni spiegazione a fine regata e alla sera mi recai a bordo, o per lo meno cercai di recarmi a bordo della sua barca per spiegare l'accaduto.
Lui disse che il suo equipaggio era testimone che noi procedevamo a motore e gli eravamo entrati dentro, eravamo delle donne bugiarde e incompetenti, e calcava la mano su questo particolare. Di nuovo non replicai, ma non fu sufficiente contare fino a dieci per non rompergli il muso, contai fino a trecentodiciassette. Chiamai la Capitaneria per fare la dichiarazione di evento straordinario davanti ad un pubblico ufficiale, lasciai che il danneggiato fosse il primo a consegnarla e poi
condussi il graduato a vedere che cosa conteneva il vano motore dello Stint,... calzini, magliette sporche, stivali umidi...
Giustizia fu fatta, naturalmente stiamo ancora aspettando le scuse del cafone armatore.
In quel raduno, per la prima volta nella storia dell'equipaggio femminile, accettammo a bordo in regata la presenza di un maschio: il mio cane. Il randagino era gi venuto in barca con noi tutte le volte che i miei genitori non potevano accudirlo; una volta si era scontrato con Clelia ed era caduto in mare, un'altra volta era stato costretto in barca per molte ore a causa dell'assenza di vento e, giunto a terra, aveva benedetto tutti gli alberi del porto con vera gioia liberatoria.
Durante le regate avrei voluto lasciarlo chiuso in auto, ma le fanciulle mi avevano guardato come se fossi un mostro senza cuore e avevano deciso di occuparsene.
Bisognava tenerlo e passarlo da una parte all'altra della barca durante le virate, poich, da vivace canino festaiolo e curioso, avrebbe intralciato le manovre o tentato di inseguire i gabbiani; naturalmente abbaiava sonoramente quando ci sentiva urlare, in sua presenza era quindi vietato litigare. I giornali parlarono anche di lui come del nostro portafortuna. E la gente si interessava all'equipaggio, alla barca e al cane.
Un giorno arriv un omaccione in pantaloncini corti e canottiera, che sul pontile chiedeva della barca delle femmine, come ci aveva definito. Eravamo abituate a visite di curiosi e ammiratori, ad autografi e interviste, ma quel tipo lasciava pensare a qualcuno che fosse venuto fin l per darci una sonora lezione di cazzotti. Ci squadr senza proferir parola e chiese, con un vocione da bruto, dov'era il cane portafortuna.
Sospettose chiamammo ad alta voce il Ciciu, che era ad annusare l vicino, addobbato con un fiocco al collo con scritto Tender to Stint, perch non andasse perduto tra la folla.
L'orco come vide il piccolo cane si sciolse in carezze e l'animale inizi a fargli le feste e a leccarlo. Ho portato un regalo alla vostra mascotte, io adoro i cani, e ci diede due confezioni da venti scatolette di cibo.
Fino a quel momento eravamo abituate a ricevere fiori e cioccolatini... per noi.
Il problema del cibo era diventato, per la povera skipper armatrice, un grosso problema. I soldi elargiti dallo sponsor erano svaniti nel tentativo di rialberare la barca e, dopo quell'incidente economicamente disastroso, barca, skipper ed equipaggio avevano ancora da affrontare una stagione di regate.
Avevo gi accennato che Clelia ed io, per mangiare, qualche volta prelevavamo clandestinamente derrate alimentari dai ristoranti, e ci rifocillavamo a dovere ad ogni incontro con sua nonna o ad ogni visita di cortesia dei miei genitori. Un conto  sopravvivere in due scroccando cene agli spasimanti, un conto  mantenere un equipaggio da regata costituito da sette ragazze che consumano calorie nelle manovre.
Cos, poich ogni occasione per mettere qualche cosa sotto i denti era buona, iniziammo a frequentare cocktail, rinfreschi, cene in piedi, a sfruttare insomma tutti gli inviti gratuiti che ci venivano offerti durante il periodo delle regate.
Al Raduno delle Barche d'Epoca di Porto Cervo, il cartoncino dell'invito alla cena d'onore parlava chiaro: armatore e signora. Dopo aver implorato le signorine addette all'ingresso dello Yacht Club Costa Smeralda di far entrare nel ristorante tutto il mio equipaggio, toccando, ad ogni rifiuto, tutti i tasti della solidariet femminile e raccontando delle storie lacrimevoli di fame e ristrettezze, dopo l'ennesimo e risoluto no, presi Clelia sotto braccio e allungai il mio ultimo cinquantamila alle cinque ragazze che si allontanavano in direzione di un'economica pizzeria.
Un richiamo secco e duro ci arrest nella hall; ci preoccupammo immediatamente per il nostro misero abbigliamento, forse poco consono al livello della serata. In realt era la strana coppia che destava dei dubbi e non rispondeva ancora alle specifiche indicazioni dell'invito.
Per fortuna del nostro stomaco, essendo gli equipaggi composti quasi esclusivamente da uomini, su una barca avevano il nostro stesso problema al maschile, perci gli armatori si scambiarono gli accompagnatori, ed ecco due coppie, ufficiali e rispondenti alle esigenze di immagine, entrare e prendere posto a un tavolo.
Mangiammo come maiali e ci sentimmo maledettamente in colpa quando sfilarono i carrelli dei dolci; ma, alla fine di questa lussuosissima cena, erano avanzati ancora grandi tranci di torta, e armata di tutto il coraggio a mia disposizione, chiesi al cameriere che serviva il caff: Mi scusi, potrebbe impacchettarmi quel pezzo di torta che lo porto al mio equipaggio?.
Sulla tavolata di venti persone vociferanti cal un silenzio impressionante, e da dentro ai costosi abiti da sera i commensali mi guardarono gelidi e allibiti. Il cameriere rimase con il vassoio sospeso sotto il naso di Clelia e, molto diplomaticamente, disse che avrebbe disposto al riguardo.
Di l a poco arriv un sorridente maitre che si fece ripetere la richiesta. Questa volta fui pi esplicita e convincente, insistendo sulle condizioni, per altro veritiere, delle ragazze rimaste a bordo.
Uscimmo dal ricevimento con una grossissima torta di noci intera, sapientemente imballata, e la simpatia di tutti i camerieri dello yacht club.
Un mese dopo, in chiusura della nostra stagione di regate, ci ritrovammo al raduno delle Vele d'Epoca di Imperia. Le nostre sorti alimentari potevano, in quell'occasione, essere risolte alla grande.
Dovete sapere che questo bellissimo raduno viene in parte sponsorizzato dalla Agnesi, nota fabbrica di pasta, e dai produttori di olio di oliva Carli.
Questi nomi dell'industria alimentare, per meglio far conoscere i loro prodotti, non solo rizzavano sulla banchina del porto un tendone dove a pranzo e a cena venivano offerti grandi piatti di pasta condita con olive e tonno, ma offrivano generosamente, in base al numero degli imbarcati, una confezione di prodotti di assaggio per la cambusa della barca.
Cos, al momento dell'iscrizione, compilai la scheda con i nomi dell'equipaggio, e in pi infilai qualche mamma con il cognome da signorina, in modo da raggiungere il numero di dodici persone. Il bluff serviva per avere in regalo una confezione di cibo in pi e assicurarsi il vitto anche per i giorni di trasferimento futuri.
Il box della Agnesi era gremito di velisti ma, nonostante che sulle barche d'epoca ci siano spesso e volentieri equipaggi misti con mogli e fidanzate, in quel momento allo stand c'erano solo ed esclusivamente uomini. Credete che stessero osservando il modellino di veliero che reclamizza la nota pasta? Ebbene no. Delle signorine bellissime e poliglotte, alte minimo un metro e ottanta, dispensavano sorrisi e confezioni di prelibatezze ai concorrenti.
Entusiaste del nostro equipaggio di tutte donne, mi tempestarono di domande e, dopo alcune occhiatine complici, mi regalarono una scatola di cibarie in pi.
Che bello ! ... Magnifico !
Come ci piacerebbe venire in giro con voi, mi trillavano nelle orecchie.
Per carit, pensavo io, sono talmente belle che ci rovinerebbero la piazza. E sotto il peso delle tre scatole, portai via i miei sessanta chili di ciccia.
Il tendone, detto Punto d'incontro, era quindi il luogo di ritrovo preferito per gli equipaggi, un'occasione per stare insieme ma soprattutto per sbafare gratis.
Armati di un carnet di buoni pasto, alle ore canoniche, i velisti si radunavano davanti alla bianca tensostruttura, mettendo, nell'incolonnarsi per entrare, la stessa animosit e grinta che si manifestava sulla linea di partenza all'inizio delle regate. Non vi erano diritti di precedenza o galanterie, e l'unico che riusciva a eludere la sorveglianza e a non rispettare la fila, perch sgattaiolava tra le gambe degli affamati, era il nostro cane, il quale, non ancora ben addestrato a tenerci un tavolo, si fiondava nella zona riservata alla cucina e, con una sceneggiata degna di un attore professionista, riusciva anche lui a scroccare da mangiare.
I suoi piatti preferiti erano gli spaghetti con le olive; il trasformatore di materia, come era solito chiamarlo mio pap, infilava le orecchie a mollo nell'olio e divorava in pochi minuti un primo, poi iniziava a tremare come una foglia in modo da impietosire i cambusieri e farsi servire un secondo.
La materia buona veniva elaborata notte tempo nel pancino dell'animale, e la scoria depositata il mattino sullo sterrato del parcheggio; osservando bene, si poteva notare che il piccolo Ciciu non aveva ancora imparato a sputare i noccioli delle olive.
Anche l'appetito dell'equipaggio femminile non era da meno e campeggiavamo il pi a lungo possibile al Punto di incontro, in modo da saziarci per sopravvivere fino alla cena successiva.
E poi l c'era la luce elettrica, cosa che sullo Stint mancava, e ci si poteva quindi attardare un po' a leggere.
Una sera, forse rese pi audaci dal vinello bianco che veniva servito alla spina, stanche di far colazione in barca appoggiate su un accappatoio, decidemmo di sottrarre dalla tavola la tovaglia della pasta Agnesi, un carinissimo quadrato di cotone bianco e blu con stampati i velieri del logo.
Sulla tovaglia, larga circa un metro e mezzo, erano appoggiati piatti, cibi, bottiglie e bicchieri, il tutto inframmezzato da una tovaglietta di carta protettiva.
Scartato il numero visto in televisione, in cui un mago toglie con un colpo secco la tovaglia da sotto a bottiglie e coperti, in quel caso il nostro gesto criminale sarebbe sicuramente stato notato da tutti, iniziammo un tira e molla di tovaglia su tovaglia con mossette fulminee e sorrisi innocenti ad ogni passaggio degli inservienti.
Il bottino era ora sapientemente arrotolato tutto da una parte del tavolo, e venne infilato in uno zainetto con nonchalance. Uno dei camerieri pi anziani, un vecchietto ligure con cui eravamo solite scherzare, sparecchiando, con la tipica cantilena dialettale ci disse: Vi siete fregate la tovaglia sporca? Belin, se me lo dicevate ve ne regalavo una nuova.
Ci lasci di... sasso, ma non tanto da impedirci di uscire dal tendone con in mano una preziosissima bottiglia Carli di extra vergine di oliva.
Il raduno  finito, si smontano scenari, cucine, tendone e toilette; le barche uscendo dal porto di Imperia salutano con tre colpi di sirena il monumento ai navigatori di Capo Horn.
Fuori c' mare mosso e piove, il tipico clima di settembre; mentre ci apprestiamo alle manovre, Isabella lotta contro il mal di mare e assicura gli oggetti all'interno della cabina della barca. Dopo un'onda pi ripida delle altre e una zuccata sul soffitto della barca, si ritrova con un collo di bottiglia serrato nella mano e una miriade di vetri a pagliolo.
Il prezioso olio Carli  ora in sentina in compagnia di un meno saporito ma altrettanto pregiato olio idraulico fuoriuscito dall'invertitore. La parte invischiata ai vetri, che lubrifica il pavimento di legno, fa derapare la poveretta da una parte all'altra della barca ad ogni virata.
Hai stivato l'olio, grida qualcuno dal pozzetto, e l'avanzo di bottiglia vola alla cieca fuori del tambuccio diretto in mare.
Ovviamente, perch questo accade solo una volta e per caso, tappo e collo tagliente urtano contro un cavo d'acciaio e rimbalzano tra gli stivali dell'equipaggio. Rifallo un po', se sei capace. E Isabella, pensando si riferiscano a un'ennesima rottura di bottiglia, mette, con un gesto della mano, in dubbio la fedelt dei nostri fidanzati.
Alla sera, rientrate nel porto di Genova, ci aspetta una nuova ricetta consistente in spaghetti allo spaghetto, dietetici e privi di grassi; il legname dello Stint non ricever mai pi una cera per legno cos pregiata e... gustosa.
Finito il glorioso anno delle sponsorizzazioni, la barca d'epoca era un lusso che non potevo permettermi, inoltre per riportarla al suo antico splendore necessitavano, pi della buona volont di sette romantiche, tanti e tanti milioni.
E poi devo confessare che l'equipaggio femminile a scopo di immagine e pubblicit era per me diventato come la minestrina riscaldata, e non ne potevo quasi pi.
Il fantasma del Barone Rosso si offese a morte quando misi in vendita la barca, soprattutto perch questa venne acquistata da un armatore che la lasci abbandonata in un cantiere;
so per certo che lasci il vecchio 8 metri S.I. e si stabil in un castello in montagna.
Io, dal canto mio, ero sempre innamorata dei vecchi legni, ma desideravo anche avere una barca oceanica per fare il giro del mondo con marito e bambini.
Per quel che riguarda le barche d'epoca, mi dedicai a restaurarle e comandarle, cosa che rappresentava una fonte di reddito. Lasciai i problemi legati alla propriet ai facoltosi armatori che provavano l'ebbrezza di farsi spennare dagli ormeggiatori, dai cantieri e dal fisco.
Acquistai, grazie all'aiuto di un vecchio amico, la barca dei miei sogni, un robustissimo ketch in vetroresina di tredici metri che rivoltai sottosopra, e attrezzai in modo che fosse autonomo e indipendente in tutti i mari del mondo.
E, per quel che riguarda marito e bambini, quelli li sto ancora cercando, poich i negozi di nautica ne sono sempre sprovvisti!
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Capitolo 5. Barche d'epoca per un comandante donna.
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Durante i primi anni in cui tenni i corsi patente per la Lega Navale di Torino, ebbi sovente l'occasione di navigare con quelli che furono i miei maestri nell'arte di andar per mare.
L'allora presidente della nostra sezione e la sua famiglia, oltre a molti trucchi del mestiere, mi insegnarono a rispettare e amare le barche a vela, soprattutto quelle di legno, e ad apprezzare le linee di molti progettisti classici.
La passione di Ernesto Quaranta per il collezionismo di pezzi di antiquariato, lo portava a scovare dei veri gioielli naviganti di legno, che avevano poi bisogno di un generoso restauro.
Armata di pennello e competenza, la famiglia consacrava i fine settimana al lavoro di cantiere, trasformando spesso una barca abbandonata e trasandata in un vero oggetto da collezione.
Mettendo a dura prova la loro pazienza, li tempestavo di domande e telefonate per sapere come risolvere i primi problemi tecnici di manutenzione che si presentavano nelle barche su cui lavoravo.
Ancora oggi il figlio, titolare di un cantiere ad Imperia, vede le mie telefonate chilometriche come una calamit naturale, costretto a rivelare preziosi segreti di falegnameria alla sua strampalata amica comandante di barche d'epoca. Spesso si sente moralmente impegnato nel dissuadermi da progetti di costruzioni azzardate o da traversate su pericolanti bagnarole.
Fu proprio il signor Quaranta padre a comunicarmi che un anziano e distinto signore cercava uno skipper per la stagione.
In quei quattro giorni di ponte venticinque aprile-primo maggio, il fiducioso armatore si trov di fronte una ragazza con il sacco sulle spalle e il fiato corto per la scarpinata.
Per un errore di comprensione avevo percorso su e gi tutte le banchine del porto di Imperia, finch all'estremit della diga foranea avevo trovato il mio imbarco.
Gi preparato al fatto ch'ero donna, il mio nuovo armatore, con una folta barba argentata e i capelli bianchi, aveva allora la bellezza di settantasei anni, un fisico atletico e uno spirito da ragazzino discolo.
Dopo esserci cortesemente e discretamente studiati, provata con successo la sua barca, risultati caratterialmente compatibili, suggellammo il nostro contratto con una pantagruelica cena a base di insalata, carote, cetrioli ed ogni sorta di vegetale crudo che lui, il preciso ingegnere, tagliava a striscioline con minuziosa pazienza.
Al contrario io, il disordinato architetto, rosicchiavo direttamente la verdura intera; questo contrasto di mentalit ingegnere-architetto, sarebbe stato uno scherzo che avremmo portato avanti soprattutto quando si sarebbe trattato di realizzare oggetti e impianti per la barca: la sua precisione contro la mia praticit, le sue misurazioni in millimetri contro i miei centimetri, i suoi quadernini contro i miei foglietti sparsi.
Nonostante le buone premesse, bidonai subito l'ingegnere il quale si accord per la stagione con un altro skipper, visto che, mentre lui navigava con i nipotini, io scorrazzavo per il Mediterraneo con lo Stint, il fantasma del Barone Rosso e sette ragazze.
Il cambio di skipper fu subito evidente al portafogli del vetusto armatore; il mio collega Daniele si foraggiava di spaghetti bistecche e fette di torta, cosa che non dimostrava affatto, vista la sua invidiabile segaligna figura.
Mi imbarcai l'anno successivo quando, dopo avverse traversie economiche, mi separai dalla beneamata sardina e, ancora con raschietto e pennello in mano, mi insediai sulla sua nuova barca, un Sangermani di quindici metri del 1955.
Presi con me Clelia, mio fedele marinaio con cui avevo navigato e regatato. Io mi occupavo della barca, delle vernici e degli impianti, lei della pulizia e della cucina.
Era a tal punto determinata nel suo ruolo di cuoca, anche se cucinava da fare spavento, che riusciva a schiavizzare l'armatore, e non era insolito vederlo seduto nel pozzetto della
barca, all'ombra, intento a pulire fagiolini o a pelar patate.
Entrare in cucina era impossibile anche per lo stesso padrone di casa, il quale veniva severamente redarguito se osava scendere nel regno del mio secondo per prendersi una bevanda dal frigorifero.
Per contro l'armatore non poteva nemmeno rivalersi sul suo comandante, poich facevo sempre di testa mia.
Tutto sommato il paziente signore era contento di essere vittima del suo singolare equipaggio di donne, e non disdegnava lunghe passeggiate con noi chiacchierando e spesso assaporando un grosso gelato.
Naturalmente oltre la barca e la cucina, ci occupavamo anche della manutenzione dell'armatore stesso, ricordandogli di prendere le sue pillole per il cuore e la pressione, sgridandolo quando per golosit si strafogava di cibo non propriamente adatto alla sua salute.
Clelia arrivava ad un tal punto di sfacciataggine da riuscire a togliergli da sotto il naso un piatto di grasso formaggio gustoso, sostituendolo con uno pieno di verdurine bollite poco condite. In quelle occasioni tra i due calava un gelido silenzio che si protraeva fino al pranzo successivo; allora lei si presentava con qualche leccornia di cui lui era ghiotto, sfoderava un meraviglioso sorriso birbone e la crociera riprendeva a gonfie vele.
Su questa barca Clelia ed io lavorammo insieme per due stagioni e nonostante i normali battibecchi e i musi lunghi che qualche volta ci facevamo, eravamo dotate di un notevole affiatamento. Un lato positivo dell'insolito connubio skipper-marinaio donne, consisteva nello scambio degli abiti, favorito dalla taglia pressoch uguale. In uno spazio ristretto come quello di una barca a vela il nostro guardaroba risultava doppio, l'importante era non uscire con le medesime persone.
 pensiero comune che lo skipper, o comunque il responsabile di una barca, debba essere un uomo, perci quando sostavamo su una banchina o in un posto dove i diportisti non sono accetti, continuavamo a fare le nostre faccende imperterrite, mentre nervosi ormeggiatori o graduati marinai ci giravano intorno in attesa di un fantomatico comandante uomo sceso a terra per commissioni.
Anche se poco professionale, questa piccola bugia ci permetteva sovente delle divertenti trasgressioni, e non vi dico le facce quando noi due ragazze ci portavamo via la barca come se fosse la cosa pi normale di questo mondo.
In questi ultimi anni il mio lavoro di skipper mi ha portato ad occuparmi della cura e della bellezza delle signore del mare, dicitura romantica e ambigua se pensiamo che le signore hanno un minimo di quarant'anni e, a differenza delle signore skipper, pi invecchiano e pi vengono ammirate e apprezzate.
Per documentarmi meglio su legni, vernici e costruzioni, avevo conseguito una laurea in architettura con indirizzo navale e, erroneamente, divorato libri in tre lingue e passato ore alla luce al neon di biblioteche ammuffite.
Presto mi accorsi che l'esperienza maggiore era quella detenuta da vecchi artigiani e mastri d'ascia che non avevano alcun titolo scolastico ma erano marinai con anni di navigazione ai tempi in cui quelle stesse barche erano nuove e fiammanti.
Conoscendo la mentalit maschilista del mondo del mare e ben conscia che avrei sovente avuto a che fare con vecchietti bisbetici e a volte un po' rimbambiti, avvicinandomi a un tale ambiente, mi ero preparata ad essere trattata con diffidenza e maleducazione. Non me ne curai affatto e tirai diritto nella mia passione.
Ed ecco che avevo preso un granchio di proporzioni giganti; anche se in barca  ben noto che le donne portano sfortuna, queste persone, vedendo quanto era il mio entusiasmo, la competenza, e forse un po' affascinati dalla giovent e dagli occhi azzurri (sto parlando di qualche anno fa... ), si diedero tutti un gran da fare per insegnarmi i trucchi del mestiere, e tramandare in questo modo un'arte che si sta perdendo.
Fu cos che, mentre seguivo a Muggia una parte del restauro del Tirrenia II, un bellissimo due alberi del 1914, un anziano mariner dell'arsenale, mi insegn ad impiombare cavi d'acciaio, ricoprire e proteggere con rafforzini di canapa (conosciuti pi comunemente come cordino da pacchi...), usare il puzzolentissimo grasso di sevo per lubrificare, l'olio di lino e ogni sorta di trucchi, atti a rifare perfettamente l'armo di una vecchia barca.
Anche il verniciatore non si diede pace finch non mi rivel tutti i segreti dei moderni e degli antichi cicli di verniciatura.
Possedevo gi l'arte di utilizzare la tela olona, il cuoio e il rame, tutto artigianato appreso da lavoratori in vena di confidenze, che magari per giorni e giorni scrutavo in silenzio, tenendomi a debita distanza. Tanto ero io affascinata dal veloce e sicuro movimento delle loro mani, tanto erano loro poi orgogliosi di aver insegnato a una giovane donna ad essere un bravo marinaio.
Non vi dico poi gli aneddoti, le avventure, le superstizioni e le tempeste che sentii raccontare, sburianate apocalittiche di cui non esistevano altri testimoni ancora vivi per confermarne la veridicit.
Quei racconti restituivano comunque il fascino di un mondo che noi abbiamo solo visto nei film, con alti alberi di legno, uomini perduti in mare, grandi vele di stoffa pesante che bisognava andare a piegare arrampicandosi a spaventose altezze.
La figura femminile in un contesto del genere, era rappresentata dalla presenza di mogli, fidanzate e mamme, che aspettavano marinai, comandanti e pescatori a casa, al sicuro nel porto.
Ci nonostante, per questi anziani uomini di mare che hanno visto molte cose e guardato a lungo nell'immensit dell'orizzonte, era molto meno strana la mia scelta di vita in giro per i mari in barca, che non per il professionista cittadino, seppur giovane e di ampie vedute.
Ma per questo c' una risposta, credo; quasi tutti loro sono, o sono stati, innamorati del mare, e riescono meglio di chiunque altro a giustificare la mia attrazione e la mia passione. Accettandomi per una di loro mi comprendevano e mi spingevano a perseguire i miei sogni.
Lascio ora questi romanticismi per gettarmi nuovamente nell'avventura.
Mi trovo cos, dopo varie esperienze, al comando di questa barca antica, il Tirrenia II, con il primo viaggio inaugurale da Trieste a Genova.
Bisogna imparare a condurre un simile armo con vele auriche e cavi, cavetti e funicelle, rinviati in strano modo per dar vita a paranchi atti a sollevare i pesanti picchi di legno pieno.
Grande maestro in quest'arte  Carlo Sciarrelli che, dopo essersi occupato del restauro della barca si imbarc con noi per qualche giorno.
Uomo affascinante, dotato di una impressionante cultura marinaresca e di uno straordinario corredo di ricordi, non si rivel solo un teorico progettista e uno storico, ma ci sorprese con le sue qualit di artigiano e di marinaio.
Lo so che molti dicono che ha un caratteraccio; bisogna conoscerlo bene prima di dare giudizi: lui  un genio e come tale ha quel filo di eccentricit che lo rende unico e incostante, e poi ha una dote che a non tutti piace, dice sempre quello che pensa. Ascoltandolo, mi approprio degli ingredienti indispensabili per portare un armo aurico.
Il Tirrenia II mi dar molte pi soddisfazioni in crociera dove potr, con il mio equipaggio, farlo correre al meglio; nei raduni per barche d'epoca non far mai grandi figure perch, primo,  una barca da passeggio e non da corsa, secondo, a condurlo ci saranno gli ospiti dell'armatore.
Con queste parole non voglio offendere nessuno, ma il marinaio che da anni naviga su barche di legno, pesanti e particolari, finisce che sente e conosce il mezzo con cui lavora meglio di chiunque altro, al di l della ragione e delle nozioni teoriche;  pi sensibile ai movimenti della barca, la possiede meglio di chi ci mette piede per la prima volta e rischia di condurre un ketch aurico da trentacinque tonnellate come se si trovasse a bordo di un barellino tipo J 24.
Qualcuno si chieder perch continuo a parlare delle mie barche usando il maschile, quando il sostantivo barca  femminile.
Per me il Delfino Rosa, lo Stint, il Tirrenia sono entit al maschile quando mi rivolgo per parlar loro, per esortarli a non fare le bizze ormeggiando a motore, quando li spingo a correre pi velocemente.
Non credo si tratti di follia,  che la barca ha qualche cosa di vivo nella mia fantasia, ti capisce e risponde ai tuoi umori; forse dipende dal fatto che, in mare, si  soli e bene o male a qualche cosa bisogna pur essere legati.
Comunque far presto un'indagine per vedere i miei colleghi uomini cosa provano in materia, poi vi dir.
Quella stagione doveva portare tanta soddisfazione velica: quattromila miglia in due mesi, con vento sempre allegro, sono un bel record per una barca d'epoca con tutte le manovre manuali e un equipaggio ridotto.
Anzi ridottissimo, l'equipaggio. Ed  proprio del grande equipaggio di quella stagione gloriosa che voglio raccontarvi.
Il cuoco era gi stato arruolato due mesi prima e, visto che il compenso non era dei pi generosi, anzich un professionista era stato ingaggiato un disoccupato con un po' di esperienza di vela, che forse in quel momento cercava alla meglio di arrotondare le entrate. Tipo allo stesso tempo strambo e geniale, zitello e capriccioso, ero sicura che, con l'aiuto del mio marinaio, sarei riuscita a domare e neutralizzare il suo spirito bizzarro e dispettoso.
Non lavorate mai con fidanzati o amici troppo stretti, non date mai troppa confidenza ai soci, soprattutto per quel che mi riguarda  meglio che, a priori, io spenga ogni entusiasmo sulle persone che mi circondano e legga un po' di manuali di psicologia, poich ho scoperto che la mia capacit di andare per mare  inversamente proporzionale alla mia sensibilit nel giudicare la gente.
Le sorprese di quell'equipaggio sarebbero ben presto state molte, inaspettate e catastrofiche.
A una settimana dalla partenza iniziai col ritrovarmi priva del marinaio, nonch mio fidanzato del momento, che, ancor prima di aver iniziato la sua stagione di lavoro, per l'occasione aveva pensato di infatuarsi di un'amica comune.
Non ritenendo opportuno che mi ballonzolasse intorno pi del necessario, soprattutto in alto mare dove, a causa del mio cuore infranto e delle corna, avrei potuto in una notte buia e non necessariamente tempestosa, dargli una energica spallata destinandolo a un pasto per pesci, decisi che era meglio sbarcarlo, o per l'esattezza non imbarcarlo affatto.
Vagliati in fretta e furia i nostromi liberi e disponibili, mi consigliarono una donna mia coetanea di cui avevo sentito parlare, ma che non conoscevo.
Dopo due giorni di mare con Monica, capii che la mia scelta era stata fortunatissima e che non avrei potuto trovare marinaio pi abile. Lavoratrice infaticabile, era adattissima a sostenere i miei ritmi iperattivi ma..., ma per il nostro povero cuoco inizi un lento e inesorabile declino fisico e psicologico, poich non aveva previsto la possibilit di essere per una stagione alle dipendenze non di una, ma di due donne.
La mia predica in banchina prima di partire fu molto chiara e considerata noiosa; metteva in guardia l'equipaggio sul pericolo dei rapporti sentimentali in un ambiente ristretto come una barca su cui avremmo dovuto convivere e sopportarci per non meno di tre mesi.
La predica era interamente rivolta al cuoco, affinch evitasse di interpretare immediatamente il ruolo di don Giovanni; nei confronti del mio secondo non avevo dubbi, poich dopo pochi giorni, sapevo benissimo quali erano i suoi gusti in fatto di uomini... e non avevo dubbi sui miei.
Partimmo. L'equipaggio funzionava e collaborava a meraviglia, non vi erano problemi sui ruoli e ci si aiutava reciprocamente e in armonia, la barca scivolava sul Tirreno diretta a Rodi con un unico scalo tecnico, i rossi tramonti di giugno ci coloravano le cene, e noi eravamo liberi e spensierati, direi quasi in vacanza.
Il comandante dormiva sonni tranquilli sapendo che Monica era in grado di badare alla barca e... al cuoco.
Una sera lui, da esperto viveur conoscitore di giovani pulzelle, con sorriso sicuro e gongolante mi rivel che ormai il mio secondo era stato rapito dal suo fascino e quella sera stessa l'avrebbe conquistato.
Lo guardai dubbiosa, molto dubbiosa, e senza scompormi pronunciai la frase storica: Ne sei proprio sicuro?. Scherzi, uno come lui sapeva subito rendersi conto se piaceva, il suo fascino era infallibile e irresistibile.
Con i miei dubbi mi infilai in cuccetta augurandogli un buon turno di guardia, sperando che Monica non lo distruggesse del tutto.
In effetti che potevo saperne io, se lei si fosse veramente innamorata di lui, del resto i gusti son gusti.
Al mattino trovai il mio secondo, solitamente ombroso prima di aver ingurgitato il caff, di ottimo umore e facile alla risata, e mi rallegr la colazione con racconti di avances notturne andate a vuoto.
In compenso sul solito humour del cuoco erano calate le tenebre: il suo fascino di maschio latino aveva clamorosamente fatto cilecca.
Il nostro cuoco divenne irascibile, brontolone e si mostr affetto da zitellaggine acuta; inizi a chiamare il secondo maga Mag, forse per via delle chiome spennacchiate e sovente
scomposte dal vento e dal sale, e prese a rispondere con un signors ad ogni mia richiesta.
La comicit delle sue scenette isteriche da prima donna ferita ci trov coalizzate, e se cos facendo pensava di offendere il nostro amor proprio, scaten invece sovente la nostra ilarit e fu spesso la vittima designata di scherzi o battute feroci, arte in cui le donne, per istinto, non hanno eguali.
Siamo a Rodi. Il Tirrenia con le sue stupende linee, dondolandosi nel porto del famoso Colosso, attira le attenzioni di turisti e comandanti che transitano in banchina.
Gli skipper sono anche molto ben impressionati dalle linee dell'equipaggio, muscolose, sode e rotonde al punto giusto; non  quindi difficile per noi socializzare con i marinai locali e passare le serate bighellonando per la citt in piacevole compagnia.
Il nostro marinaio, donnaiolo professionista, cerca di accalappiare qualche hostess attuando tutti i piani di conquista e seduzione a lui noti; nonostante la lingua esotica che sfoggia, il piemontese, i suoi sforzi divengono vani a causa di un naso aquilino che viene dalle fanciulle scambiato per un banalissimo e locale naso greco.
Fu cos che il morale del nostro terzo di equipaggio si inabiss nelle profondit marine, e mentre Monica socializzava particolarmente con un maestro di sci... nautico e io ballavo il bouzouki con un bel comandante francese, lui, il seduttore del Tirrenia, meditava la pi atroce vendetta.
Dopo alcune giornate passate a pulire e lucidare gli ottoni, ecco che una sera comparvero in banchina, come da programma, nell'ordine armatore, gentile signora, figlio e un ospite.
Ciascuno riprese i propri ruoli, cos il nostro, investito del grado di cuoco, si esib in uno dei suoi piatti migliori, un primo succulento che avevamo sperimentato in navigazione durante il trasferimento di andata: pasta e patate.
La coppia armatoriale, reduce da un viaggio di pi di sei ore, con tre cambi di aereo, attese, taxi e problemi di fuso orario, si vide servire per cena un vassoio di spaghetti scotti, sospesi su di un mare di pesantissimo olio locale e sormontati da alcuni quarti di patata praticamente crudi.
Gradite del parmigiano? disse l'infingardo affacciandosi alla porta della cucina con un sorrisino sulle labbra. I commensali si dimostrarono dei veri signori; evitarono ogni tipo di commento ad alta voce e diressero i loro interessi culinari su verdurine e formaggi.
La cena termin nel pi gelido silenzio, con due paia di occhi azzurri che fiammeggiavano in direzione del cuoco.
Si decret, o per meglio dire, l'armatore decret che il nostro maschio di bordo non avrebbe pi messo piede in cucina, e siccome non era in grado, e soprattutto non aveva voglia di fare altro, a noi tocc ricoprire tutti i ruoli.
Fu un'indimenticabile crociera superlavorativa, il forte vento faceva la sua parte nelle ore dedicate alla navigazione, la mancanza di acqua dolce ci costringeva a strane manovre notturne per collegarci con tubi e manichette abusivi agli acquedotti dei giardini pubblici, gli ospiti consumavano piatti e bicchieri come ad un ricevimento principesco, e al mattino presto navi commerciali e pescatori ci costringevano a spostamenti rocamboleschi.
Nonostante tutto ci divertimmo, soprattutto alle spalle del malcapitato che, in realt, oltre ad essersi emarginato completamente, pativa anche un brutto mal di mare, cosa che lo rendeva ancora meno attraente e affascinante.
Lui non poteva nemmeno immaginare che cosa sarebbe successo allo sbarcare dei proprietari; il nostro sorriso di circostanza e la nostra buona creanza svanirono nel momento in cui gli ospiti sorvolavano l'isola di Rodi diretti in patria e per lui inizi il calvario, in cui fummo generosamente aiutate anche da un vento teso di maestrale e da un mare molto mosso.
Ancora una volta il sesso debole si rivel pi coriaceo del previsto e, giunte in un porto italiano, onde evitargli l'esaurimento nervoso, magnanimamente lo lasciammo sulla banchina commerciale, fornendogli generosamente un biglietto del treno per il ritorno.
Sono pi che convinta che, al rientro, abbia messo in circolazione una versione dei fatti completamente differente, dove certamente la nostra figura di veliste professioniste si sar trasformata in quella di due zitellacce, arpie un po' inacidite e forse anche un po' bruttine.
Per le statistiche parlano chiaro, altri marinai lavoratori ci sono sopravvissuti.
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Capitolo 6. Voltiamo pagina verso grandi progetti.
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Cos, come tanti anni fa ho tradito vent'anni di studi, e invece di fare l'architetto ho scelto di fare il marinaio, cos, in quest'ultimo anno, ho rovesciato l'ordine della mia vita per gettarmi in nuove avventure.
Per quindici anni ho fatto lo skipper navigando in giro per il mondo, aumentando la mia conoscenza di mari, di terre e di popoli, ma ho lasciato gli amici in banchina e in citt.
Negli ultimi quattro anni mi ero creata la schiavit di occuparmi a tempo pieno di una barca d'epoca magnifica, amata pi di un fidanzato, ma che mi ha allontanato dalle lunghe e impegnative navigazioni d'altura, a favore di lunghe giornate passate con il pennello in mano.
Per sei anni ho lottato contro il fisco e il redditometro perch possedevo una barca di tredici metri, la mia casa galleggiante.
Nel 1990, dopo anni di sogni e progetti, fatti sulle banchine del mondo con l'amico Gianfranco, abbiamo inventato una cooperativa che cercasse di tutelare la categoria degli skipper, inesistenti come figura professionale, e si occupasse di smistare il lavoro e gestire gli imbarchi degli eterni irrintracciabili del mare.
Ebbene, dal primo di gennaio del 1995, sono nuovamente tornata ad essere una donna libera: ho chiuso la cooperativa, ho venduto la mia barca e ho lasciato un imbarco sicuro.
Ogni tanto penso sia necessario dare un colpo di cancellino sulla lavagna della vita e ricominciare da zero, scrivendo con una scatola nuova di gessi colorati.
Cos, senza obblighi, mi trovo a lavorare sui sogni per trasformarli in progetti.
Variando un po' gli interessi, ma rimanendo sempre in tema di mare, sto restaurando una casa con tantissimo legno, mi
sono dedicata allo studio della meteorologia, mi dedico allo sport e pratico molta attivit subacquea.
Il lupo perde il pelo ma non il vizio, dice un proverbio, infatti dietro a tutto ci c' il progetto, molto ambizioso, di partecipare ad una Whitbread con un equipaggio internazionale di tutte donne.
Tutto inizi con una telefonata. La comunicazione viaggiava alla velocit di trenta nodi, e mi raggiunse sul telefonino mentre trasferivo un ferro da stiro in una giornata uggiosa. Il mio umore era grigio come il cielo e le parole di Chica, al secolo Maria Francesca, mi arrivarono da una distanza di ottocento miglia: la sua voce era solare, primo perch la notizia che mi dava era veramente allegra, secondo perch a Palermo, dove ha sede la veleria in cui lavora, splendeva un energetico sole primaverile.
Bzzz craaaaa, tutte donne francesi, bzzz trrrr craaa una selezione per un equipag... bzzz giro del mondo tuuuu tut tut... La comunicazione, come spesso accade, si interruppe pi di una volta, ma il messaggio era felicemente molto chiaro.
L'organizzazione francese di Challenge Ocanes selezionava donne di tutta Europa allo scopo di mettere insieme un equipaggio femminile, per partecipare alla regata intorno al mondo denominata Whitbread che si correr nel 1997-1998.
Come rodaggio, in prova, a me sarebbe toccata la seconda tappa del giro d'Europa, partenza da Malta e arrivo a Marsiglia su di un catamarano sponsorizzato dalla Whirlpool.
Mentre continuavo a timonare la barca a motore, l'occhio guardava l'indicatore di velocit: pensavo che presto avrei provato l'ebbrezza dei venticinque nodi su di una modernissima barca a vela. Ero talmente presa dalle mie fantasie che sorpassai il porto di destinazione.
Due mesi dopo, ero a Malta a concedermi una bellissima vacanza, immergendomi nelle acque limpide ma gelide dell'arcipelago, attendendo il catamarano Whirlpool con il suo equipaggio di francesine sconosciute e una sicilianissima Chica, anche lei in prova.
A Malta ebbi modo di confermare le mie teorie sugli italiani all'estero; in quattro e quattr'otto, Chica ed io riuscimmo
a riorganizzare il multiscafo e ad approvvigionarlo in modo che potesse ripartire, senza pensare a problemi di lingua, moneta, banche chiuse e guida a sinistra.
Armate di gestacci, clacson e cinture di sicurezza, ci gettammo nel dedalo delle viuzze mal segnalate, anche contromano se necessario, sicure che la nostra faccia tosta e il fascino straniero avrebbe disarmato il pi grifagno dei poliziotti.
Le francesi, quasi tutte bretoni e parigine, erano un po' pi rigide e composte nelle loro mansioni ma, appena compariva un minimo intoppo, venivano contagiate dalle due italiche compagne che con la frase c'est pas un problme, materializzavano gli articoli pi strani o risolvevano le situazioni impossibili.
Le maestre nell'arte di arrangiarsi si divisero sull'isola, una alla volta del beneamato Ciccio velaio, l'altra in direzione di Marsiglia, dove c'erano ad accoglierla il golfo del Leone con trentacinque, a volte quaranta nodi di maestrale.
Il catamarano rosso filava a velocit sorprendenti; a volte, infilandosi in un'onda, rallentava di colpo fin quasi a fermarsi: le cinque ragazze che lo cavalcavano erano impegnatissime a mantenersi in equilibrio e a non volare in mare o, peggio, a non fracassarsi contro qualche oggetto contundente.
Volete sapere che cosa si prova quando uno scafo si pianta in un'onda? Avete presente quando andate in autobus e non avendo trovato posto siete in piedi con un braccio al mancorrente e, di colpo, mentre rilassati guardate la citt che scorre dai finestrini, l'autista inchioda e impreca sull'automobilista che non gli ha dato la precedenza?... ecco, poi si riparte per un'altra corsa.
In quel momento, con il maestrale che ci sballottava di onda in onda, ci sentivamo solidali con la biancheria lavata nelle lavatrici del nostro omonimo sponsor: bagnate come stracci e sbattute ora a destra ora a sinistra. Mancava solo il detersivo, del cui profumo in quel contesto si sentiva la mancanza e, per fortuna, non c'era il programma di centrifugazione.
Gli scafi di un catamarano assomigliano alle navicelle spaziali: due sigari un po' schiacciati, forniti di obl rotondi situati quasi a pelo d'acqua, dei passaggi di comunicazione per
fisici atletici, delle aperture utili per far evaporare l'acqua imbarcata che, vi assicuro,  sempre tantissima.
I pattini sono provvisti di due livelli abitativi; quello per il navigatore, dotato di una dura e spigolosa cuccetta fatta apposta per dormire solo seduti, la strumentazione, in abbondanza, situata nei posti strategici dove  pi facile batterci la testa, e un confortevole e intimo secchio per provvedere ai bisogni fisiologici, a rinfrescarsi un po'... e a lavare i piatti.
Il piano di sotto, con acqua corrente nel letto, rigorosamente salata,  agibile solo se armati di equipaggiamento da palombaro o di un paio di branchie.
I motori, due, uno per scafo, altrimenti andare diritto sarebbe molto complicato, sono verso prua in un locale angusto e buio, dove il meccanico pu solo essere un nano contorsionista o un sommergibilista.
Ma all'esterno  come essere su un campo da tennis sospeso sul mare, anche se correre sulla rete che unisce i due scafi  praticamente impossibile, con il rischio di essere fiondati fuori bordo al secondo rimbalzo. L'elasticit della pedana di lavoro si rivela molto vantaggiosa quando si deve recuperare qualche cosa che sta pi in alto delle nostre braccia; usata come un tappeto elastico, la rete ti spara all'altezza desiderata, basta non essere troppo vicini al bordo della barca in movimento.
Che dire delle altre donne? Assolutamente fantastiche, molto brave nel condurre una barca, vere navigatrici professioniste e assolutamente non esaltate o strafottenti. Difetti ne hanno anche loro, il caratteraccio qualcuna ce l'ha peggio del mio, ma l'importante  stimare le proprie compagne di avventura e avere un minimo di tolleranza.
Poich il navigare insieme fu un piacere reciproco, ecco che per la regata della Nioulargue riesco ad organizzare una miscela interessante con una notizia bomba, da dare in pasto ai media.
Per la prima volta, dopo il suo recente restauro, la mitica barca di Errol Flynn, lo Zaca, una goletta di quarantaquattro metri del 1928, fa la sua apparizione ufficiale in pubblico, comandata da una donna, che sarei poi io, e con l'equipaggio di Challenge Ocanes.
A bordo dello Zaca in regata si possono notare anche degli uomini, che sono nell'ordine l'avvocato Roberto Memmo, suo amorevole armatore, i possibili sponsor del nostro giro del mondo, il fotografo ufficiale Thierry Martinez, che riesce a renderci tutte giovani e belle sulla carta, Daniele, gi nominato nel libro e comandante dell'altra barca dell'avvocato, stordito da tanta abbondanza di femmine.
In banchina la nostra portaerei di legno, la cui passerella pericolante lunga sei metri veniva percorsa avanti e indietro da giovani e grintose donne, , come al solito, ammirata e fotografata da tutti.
I passanti non si capacitano che la barca sia appartenuta al famoso attore Errol Flynn e sovente chiedono informazioni e conferma a chi ne sta percorrendo la traballante passerella.
Certamente che  sua, rispondo serissima, ma in questo momento non  a bordo. E difficilmente qualcuno osa ancora proseguire con domande inquisitorie.
Alla mattina, centinaia di barche lasciano gli ormeggi, e uscire dall'angusto e trafficato porto di Saint-Tropez diventa un'impresa da infarto; davanti, a parte tante donne che chiacchierano e un lungo palo di legno, il bompresso, non vedo nulla, e le condizioni di viabilit mi sono scandite via radio da un marinaio.
Ad ogni rientro in banchina, perdo dieci anni di vita e rischio, in manovra, un colpo apoplettico; ma niente paura, gli addetti ai gommoni del porto sono sempre pronti a dare una mano a dieci belle ragazze e, con degli esili motorini da venti cavalli, cercano di direzionare duecentoventi tonnellate di barca.
Gommoni impennati, omini distratti dalle bionde chiome dei marinai, spettatori in attesa di qualche disastro, lo Zaca che non si sposta di un centimetro. Alla fine, come un lento e possente pachiderma, si sistema all'ormeggio senza danni o problemi. Mi accascio finalmente su una panca e faccio i complimenti al mio equipaggio e al mio potente santo protettore.
In regata, grazie ai verricelli elettrici e a tante paia di braccia volenterose e muscolose, issiamo pi di milleduecento metri quadri di vele attaccate a dei pali di legno, di cui  inutile che faccia i nomi, enormi e con un peso di centinaia di chili.
Daniele passa il suo tempo in cima ora ad uno, ora all'altro albero, per issare altre velette triangolari, come se le sette che gi abbiamo su, non bastassero a complicarci le manovre.
La ruota del timone  immensa e pi alta di me di due spanne; nelle foto sembra pi piccola, perch sono in piedi su un gradino nascosto.
Chica, che tiene sotto controllo la scotta della randa di maestra, a fine giornata mi fa da ripetitore; urla quaranta metri pi avanti gli ordini all'equipaggio quando, a forza di sgolarmi, sono praticamente afona.
In quell'occasione si presenta allo staff Claudia, partenopea con un fisico da lottatore e dei muscolacci da Rambo; comandante di un moderno maxi yacht italiano, guarda con riserve e un certo orrore quell'ammasso di anticaglie che  lo Zaca.
Idraulico, elettronico, carbonio... sono i suoi termini preferiti; a mano, non esiste e legno, sono quelli con cui controbatto e, sotto un diluvio universale, troviamo le parole chiave che ci accomunano: mangiare e dormire.
Anche sui fidanzati ci troviamo abbastanza d'accordo, ma difficilmente sui campi di regata andremo a mietere cuori insieme, poich, solitamente, vado a letto con le galline e lei  una tiratardi fenomenale.
A bordo riceviamo televisioni locali e nazionali, concediamo interviste radiofoniche e materiale per i giornalisti: lo Zaca, il suo simpatico armatore e l'equipaggio femminile sono ancora una volta al centro dell'attenzione.
Per forza, se dobbiamo trovare uno sponsor per la Whitbread, dobbiamo farci conoscere, sperando che qualche ricco manager in pantofole, intento a riposarsi davanti al video, vedendoci, estragga da un portafoglio firmato una banconota da dieci miliardi.
E per finire, e qui i lettori tireranno un sospiro di sollievo, vi racconto l'ultima volta che ho incontrato l'internazionale equipaggio femminile.
Fu ad una regata di monotipi, barche di dieci metri tutte uguali.
Il ritrovo era nel porto di Ste, dove Claudia e io arrivammo alle tre del mattino, in treno, poich due giorni prima, mentre rientravo da Cipro, ero stata vittima di un italianissimo sciopero degli aerei mancando cos tutta una serie di importanti appuntamenti. Al telefono con l'organizzatrice francese, esternai i miei dubbi e le mie riserve sull'affidabilit di un treno che arrivava sul luogo della partenza all'ultimo momento.
E lei pronunci la frase storica: Qui siamo in Francia, niente scioperi e niente ritardi.
Naturalmente fummo vittime del pi lungo e paralizzante sciopero che abbia colpito le Gallie negli ultimi cinquant'anni.
Ci trovammo comunque bene o male, a scavalcare nel cuore della notte un cancello in riva al mare, nel luogo dove avremmo dovuto consumare le poche ore di sonno che ci restavano.
Porte aperte ma luogo deserto, nessuno ad attenderci, salvo un gruppo di zanzare che onor la nostra presenza con un incredibile banchetto.
All'alba, in un immenso salone che era stato una veleria, fummo svegliate da inservienti che, incuranti della nostra presenza rappresentata da un sacco a pelo a mummia e da giacche gettate sul pavimento, montavano serie di tavolini con sedie per un banchetto.
Nessuno ci degn di uno sguardo, fintanto che un rappresentante della Federazione francese, guardandoci da dietro le spesse lenti degli occhiali, non ci invit a salire su una bilancia. Orrore, che ciccione: sorpassavamo il peso dichiarato al telefono di circa cinque o sei chili. Forse le bilance italiane usano una scala di misurazione diversa?
Ormai eravamo schedate e potevamo abbandonare yogurt e insalata; trascinammo la nostra cellulite a festeggiare con una tripletta di croissant e un caf au lait, aspettando curiose le nuove componenti dell'equipaggio venute per la selezione.
Un'olandese, due spagnole, due italiane, due francesi e un allenatore svizzero; sulla barca di Challenge Ocanes la lingua ufficiale divenne l'europeano, poich gli ordini partivano in francese e in inglese e venivano ripetuti in tutti i modi e le lingue possibili, con l'invenzione e la storpiatura pi opportuna: l'importante era comprendersi, divertirsi e rendere tecnicamente.
Forse le due italiane, pi marinai che regatanti, risultavano le pi goffe della compagnia su quella barchetta. Claudia ed io, abituate a barche di grosse dimensioni e ad applicare sforzi maggiori, sembravamo a volte due elefanti che danzano in un negozio di porcellane; quando spostavamo i nostri pesi, la barca cambiava violentemente assetto, e utilizzavamo la nostra forza bruta anche nelle regolazioni pi raffinate.
Senz'altro soffrivamo meno il freddo delle nostre compagne, dormivamo in qualsiasi momento e posizione e... mangiavamo come Dio comanda, snobbando la dieta veloce delle altre, a base di cracker e caff solubile.
Il mondo  bello perch  vario e, anche se le nostre compagne impazziscono per gli spaghetti alla bolognese liofilizzati, nel nostro nuovo equipaggio femminile si respira un'aria allegra.
Che dire ancora? Che Claudia ed io durante il rientro da quella regata abbiamo incontrato... ma questa  una sorpresa da leggere in un prossimo libro.
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PARTE SECONDA. RIDIAMOCI SOPRA.
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Capitolo 7. Il dramma della valigia rigida.
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Ed eccovi alle prese con un volantino pubblicitario che reclamizza la vostra prima crociera in barca a vela, con specificati appuntamenti, orari, documenti, consigli sull'abbigliamento indispensabile, e una dicitura in fondo scritta in neretto: Non presentarsi con valigie rigide.
Tutti al momento della vostra costernazione vi avranno detto: Non preoccuparti, tanto hanno tutti abbigliamento sportivo, portati solo un vestitino che non si stropiccia, si esce poco la sera, si fa vita di baia, poi il vestito lo sistemi nell'armadio....
Ebbene sono tutte menzogne, vi stanno ingannando.
Infatti tutte, dico tutte le sere sarete in un porto, un porto turistico pieno di localini dove le altre, quelle che hanno scelto le vacanze in albergo, sfoggeranno i loro migliori vestitini estivi ultima moda, profumati, con volants e piegoline stirate, usciti insomma da una valigia rigida, una di quelle che tiene fissi i vestiti con delle cinture, per intendersi.
Le cose stanno infatti cos: la vostra sacca da vela in tela morbida, sar stipata a pi non posso dell'abbigliamento sportivo pesante necessario per la crociera, perch in mare l'abbigliamento che bisogna portarsi dietro  uguale per l'estate e per l'inverno, e comprende dal costume da bagno al maglione di lana, senza tralasciare gli stivali, poich piove e tira vento anche al mese di agosto.
In quel contesto il vostro vestitino ultimo grido, anche se stivato sopra tutto, verr messo a dura prova, e l'ultimo grido sar il vostro, dopo averlo estratto dalla sacca e visto cos malconcio.
Oltre che il comfort per il vostro abbigliamento, della valigia rigida rimpiangerete anche le rotelline, poich la barca del vostro meritato riposo  quasi certamente ormeggiata nel punto pi distante dal parcheggio delle auto. Inoltre i compagni di viaggio uomini, solitamente appartenenti ad una razza prodiga di gesti cavallereschi, avranno mani e fiato impegnati nel trasporto di due sacche di tela morbida pesanti di videocamera, pinne, fucile subacqueo, rasoio, macchina foto e fon.
Ammettiamo che le pi fortunate, una volta salite in barca, abbiano a disposizione un armadio; sulle barche, soprattutto quelle a vela, e specialmente quelle al di sotto dei quindici metri di lunghezza, gli armadi esistono ed hanno dimensioni contenute... Solitamente essi sono gi occupati dalle cerate, tipiche giacche da marinaio che viaggiano sempre in coppia con dei pantaloni a salopette e che si indossano in caso di pioggia o di mare agitato. Il risultato  la convivenza del vostro prezioso e unico vestitino con un abito ingombrante, umido, salato e a volte un po' puzzolente.
Ma per la valigia rigida che poteva salvare il vestito fino al momento dell'uso, non c' spazio sulla barca, a meno di convincere lo skipper a mimetizzarla vicino al contenitore rigido dell'autogonfiabile, a guisa di nuovo sistema di salvataggio per l'equipaggio.
Che fare allora? Dimostriamo di non essere intransigenti e piagnucolose e facciamoci subito amico lo skipper; pochi capetti scelti, in maglina o in cotone, stirati e piegati preventivamente a casa, ci permetteranno di presentarci con la nostra bella sacca da vela. Li sistemeremo sotto il materasso della nostra cuccetta e, prima di indossarli, li stenderemo all'aria. Non l'ho inventato io, lo facevano tutti i marittimi, sulle navi, per conservare la piega ai calzoni.
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Capitolo 8. La sindrome igienica.
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 inverno, i vostri colleghi di ufficio hanno organizzato la crociera di Natale in barca a vela; aderite subito con entusiasmo all'iniziativa, sognando di veleggiare in un mare azzurro cristallino e di arrostirvi un po' al sole su bianche spiagge caraibiche.
In realt la meta del vostro viaggio  la Corsica, con l'esotica variante del Capodanno alla Capraia.
Superato lo shock climatico, stilate subito una lista degli indumenti da portare, ma a mano a mano che li mettete nella sacca da vela siete costrette a ridurne il numero, e con un sospiro, ad abbandonare pi della met dei capi sul letto di casa vostra.
Le cuciture della sacca sono sull'orlo della rottura e voi a cavalcioni sulla borsa vi fate aiutare per chiuderne la cerniera.
Durante la crociera, oltre ad un leggero mal di mare, soffrirete di allucinazioni da bucato e da sindrome del pulito, voi, donna terrestre in vacanza su una barca a vela, abituata ai benefici usi dell'acqua e sapone e ai profumi fluttuanti attorno alla vostra persona.
Gli skipper, i marinai, le hostess, soprattutto su barche di esigue dimensioni, hanno meno l'abitudine a lavarsi, il che non vuol dire che siano sporchi; certo non sono paragonabili al cittadino con acqua corrente per tutti i giorni dell'anno, che pu fare, e fa, da una a due docce al d, e cambia d'abito ogni volta che esce di casa.
I velisti contengono il consumo di acqua e poich vivono all'aria aperta, sembrano meno sporchi.
Essendo quanto mai limitato il carico di indumenti, intimi e non, a disposizione in un bagaglio da barca, la marinaia avr sempre l'eterno dilemma di dove poter stendere il bucato per sufficiente tempo affinch si asciughi, evitando di perderlo in
mare a causa del vento o di trasformare una celebre barca di rappresentanza in un accampamento di zingari.
Nella vostra idilliaca vacanza invernale, l'acqua sar al solito razionata, il boiler non funzioner, i marina attrezzati saranno chiusi perch fuori stagione, la vostra maglietta fisser il limite di resistenza all'odore a quattro giorni.
Ve ne restano ancora due, di magliette: una, quella nuova,  per il Veglione ed ha ancora l'etichetta del negozio; l'altra, quella stirata, aspettate ad infilarvela dopo una bella doccia.
L'acqua in banchina  gelida e avete gi consumato una confezione di salviettine igieniche profumate per rendere sopportabile la vostra vicinanza ai compagni di viaggio.
Non vi resta, un bel mattino, che convincere l'equipaggio a fare la prima colazione nel pi lussuoso bar del paese.
Nel vostro zainetto avete miniaturizzato nell'ordine il beauty-case, l'asciugamano, il detersivo da bucato e un sacchetto con gli indumenti puliti.
Mentre gli altri si strafogano di croissants e caf au lait, scivolate inosservate nelle toilettes.
Lo specchio, illuminato da una brillante luce a duecentoventi volts, metter in evidenza i nodi e l'untume dei vostri capelli costretti da giorni alla clausura del berretto di lana, che non vi siete pi tolte nemmeno per entrare nel sacco a pelo, da quando la stufetta elettrica si  fulminata, cio dal primo giorno. Il contorno degli occhi avr una tinta bluastra, dovuta ad un vecchio rimmel che non siete ancora riuscite a struccare.
Non importa,  arrivato il momento della riscossa; rapide iniziate a spogliarvi e a fare acrobazie sul lavandino affinch l'acqua, fredda, ma chi se ne frega ormai, arrivi su quasi tutte le parti del vostro corpo. Profumi, creme e deodoranti trovano la giusta collocazione, gli indumenti puliti e gelidi scivolano su di voi facendovi ritrovare la gioia dell'avventurosa vacanza.
E adesso velocissime,  arrivato il momento di rigenerare gli indumenti sporchi, ma non mettete troppo detersivo, perch il tempo per il risciacquo non  molto, i vostri soci che non hanno ancora capito niente, bussano con insistenza alla porta, premurosi della vostra salute: Ti senti bene?.
E i capelli, accidenti, non potete mica lavarveli nella toilette del bar, poi chi lo spiega alla cervicale che non c'era acqua calda e fuori c'era un ventaccio...
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Capitolo 9. Zitti, zitti... Piano, piano...
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All'indomani della famosa fagiolata (si sa, i legumi sostituiscono la carne, costano meno e voi avete speso tutto per noleggiare la barca), l'inibizione da rumore ha raggiunto i livelli di guardia.
Avete ormai esaurito tutti i sistemi di convincimento per ottenere dallo skipper una notte in banchina dove, a costo di pagarle, come succede in Francia, si possono utilizzare le discrete, riservate e soprattutto insonorizzate toilettes del porto. Ma le signore notoriamente possono astenersi dal frequentare le toilettes per giorni e giorni, soprattutto se sono in trasferta.
Vi posso qui consigliare diversi trucchi appresi in anni di convivenza sulle barche, anni di angosce, vergogne e patimenti.
Accendete lo stereo con la scusa di svagare i compagni offrendo brani di musica classica da assaporarsi in pozzetto; in realt Wagner coprir le scorregge che solitamente usano come cassa armonica le paratie in compensato del locale bagno.
Le pi timide saranno al sicuro solo con il rumore di sottofondo del motore acceso, il che provoca all'ingresso nei porti uno sfollamento del ponte e una coda davanti all'unico wc di bordo.
Pi la barca  lussuosa e pi diventa difficile andare al bagno inosservati. Se anche si riescono a dribblare i compagni, camuffare i rumori e deodorare gli ambienti, le pompe di scarico elettriche di alcuni wc vengono sentite a distanza, soprattutto nelle tranquille baie estive dove, si sa, in acqua il suono si propaga per miglia e miglia.
Consigliamo a quelle che resistono fino al bar della spiaggia di portarsi la carta igienica dalla barca, poich in agosto tutti hanno avuto la vostra stessa idea, prima.
Alle naturiste che preferiscono i cespugli dei boschi, segnaliamo la presenza di branchi di cinghiali nelle nostre belle macchie mediterranee.
Infine, per le pi selvagge che lo fanno in acqua, ricordiamo la galleggiabilit del prodotto e la sua trasportabilit da parte del vento e delle correnti.
Consolatevi, questo  un problema che prima o poi colpisce tutti e, per fortuna, non conosce discriminazioni sessuali.
... ops...!
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Capitolo 10. La mano nera.
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Non  una setta segreta ma il problema di chi prima o poi fa dei lavoretti di bricolage e usa le mani senza guanti, con la scusa classica che danno fastidio e che si perde la sensibilit nelle dita.
Da sempre un rude uomo di mare con le mani scorticate, tagliate, nere e un po' screpolate pu ancora ottenere un discreto successo in societ, tanto pi che sulla pelle morbida di una fanciulla la mano ruvida crea un piacevole brivido.
Ma ahim, se alla mano nera  attaccata una signora, il quadro risulta meno rude e pi trasandato. E qui non si tratta della casalinga che ha pulito i carciofi, ma della donna che ha fregato una sentina con il solvente, poi pulito i winches con il gasolio, e infine smontato il tubo di gomma nero della marmitta, il tutto per aiutare l'amato bene, nonch neoarmatore di un barellino di sei metri.
L'incrostazione indelebile sotto le unghie pu essere rimossa con la punta del vostro coltello... forse poco fine e un po' rude come consiglio. In realt, contrariamente a quanto si crede,  sufficiente tenere le unghie lunghe, pi facilmente pulibili e all'occorrenza tagliabili.
Il succo di limone, fantastico per la casalinga alle prese con i carciofi,  troppo blando per il nero officina.
La pasta lavamani usata dal vostro meccanico  letteralmente abrasiva e ha effetti devastanti.
Non resta che fare i lavori sempre con i guanti, e non stupirsi se alcuni prodotti da voi usati sulla barca li allarghino e allunghino rendendoli mollicci: vi svelo un segreto a bassa voce, i vostri guanti si stanno lentamente sciogliendo, ma meglio loro che la vostra pelle.
Nel caso leggiate il libro quando la mano nera ha gi colpito e la sera vi aspetti un posto nel palco d'onore del teatro
cittadino, vi suggeriamo di ammorbidire pelle e incrostazioni con acqua tiepida e bicarbonato e spazzolare le mani con lo spazzolino per le unghie. Quando ormai avrete provato di tutto, e sottolineo di tutto, potete candeggiare le vostre mani; diventeranno lisce e rosate e anche leggermente puzzolenti (meglio che dispensare carezze al profumo di gasolio). Immergetele poi nella crema per le mani, e ricordatevi di comperare i guanti per i prossimi lavori.
Le mani di una donna sono l'immagine della stima che avete di voi stesse, possono essere asciutte e muscolose, ma sempre pulite e curate. Sono, insieme al viso, una delle parti del corpo pi esposte alle intemperie.
Comunque dopo quindici anni di lavori sulle barche, dai pi gratificanti ai pi schifosi, oggi sono giunta ad una conclusione filosofica; per non sporcarsi le mani una donna, visto che pu permetterselo,  meglio che certi lavori li faccia fare a qualcun altro!
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Capitolo 11. E per finire, i veri consigli della nonna.
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Io odio... i libri di cosmetici fatti in casa e i consigli delle nonne su come ovviare a determinati inconvenienti !
Andavano bene anni fa quando non c'erano profumerie e farmacie dietro ogni angolo; al giorno d'oggi, con i progressi della cosmesi, alle soglie del Duemila, perch andare in giro attirando mosche e insettini o puzzando di burro rancido, o ancor peggio indossando copricapi fatti di carta stagnola?
Che non vi venga mai in mente di dire che una cosa non la fareste mai: sarete puniti.
Cos mi ritrovai in circostanze strane ad adottare in una volta sola tutti i rimedi empirici delle nonne di colore delle isole Comore.
Andiamo per ordine. Il mio lavoro mi portava in quel tempo in questo bellissimo arcipelago dello stretto del Mozambico, dove imperversa la malaria. Il medico, un alternativo, dopo avermi somministrato dosi da cavallo di appositi farmaci preventivi, mi convinse che il sistema pi sicuro di profilassi della malaria era non farsi pungere dalle zanzare.
Bella scoperta ma di difficile realizzazione, poich, per quel che mi riguarda, sono un nettare per questo genere di insetti.
Mi scrisse sulla ricetta per la farmacia il rimedio antipunture: si inizia, un mese prima, a mangiare molte carote crude o spremute a digiuno, sostituendole con altri alimenti nei pasti principali.
Naturalmente us termini pi tecnici e una grafia incomprensibile; morale: prima della partenza mi trasformai in un coniglio e forse eccedetti nel seguire il suo consiglio, tant' che, guardandomi allo specchio, mi vedevo tendente all'arancione.
Non so se fosse un'idea mia ma le zanzare non mi infastidivano (non lo so perch, a scanso di equivoci usavo anche un puzzolentissimo prodotto zanzarifugo), in pi notai che la mia pelle era bellissima, gli occhi di un bianco vivido e stavo prendendo un'abbronzatura invidiabile senza scottarmi.
Non sapr mai se era merito delle carote o della sana vita di barca in quel paradiso.
Il lavoro dava molte soddisfazioni, il posto era splendido, una costosissima crema solare con allegato doposole mi proteggeva dal solleone, ma una negativa congiunzione astrale era in agguato. Trovai al mercato di Moroni un economicissimo costumino colorato, proprio il giorno che dimenticai il mio zainetto sul taxi che mi riportava al porto.
Realizzai la gravit dell'accaduto quando la sera mi vidi allo specchio del bagno della barca: la mia scurissima abbronzatura era bordata da una striscia rosso violacea che interessava delle parti di ciccia tenera, come il dcollet, i fianchi e la pancia.
Che cosa era successo? Il costume nuovo era molto pi succinto di quello precedente, una striscia di pelle color mozzarella era stata a cuocere tutto il giorno al sole dei tropici e, quel che era peggio, l'unica crema che avrebbe potuto lenire le mie sofferenze stava scorrazzando per l'isola in taxi.
Sola, in una sera nera come la pece (a certe latitudini non c' il crepuscolo e si passa dal giorno alla notte con violenza), fui costretta a sbarcare con il tender per trovare qualche rimedio che mi permettesse di sopravvivere fino alla mattina successiva: esisteva la farmacia notturna in quel posto dimenticato dal progresso?
I pochi uomini che passavano non mi furono d'aiuto; lasciando il mio swahili molto, molto a desiderare, non riuscivo a spiegare che cosa cercavo, anche se tutti gentilmente si offrivano di indicarmi la strada per il casin, unico luogo di vita notturna.
Nonostante fosse il periodo del Ramadan, un gruppo di donne con abiti variopinti, stava venendo nella mia direzione. Inglese, francese, gesticolazione manuale, ed ecco che sotto i loro sguardi interrogativi mi alzo la maglietta e mostro la pancia. Non vi dico che ilarit suscitai.
Pensavo di morire dalla vergogna e dal dolore mentre con le dita premevano il mio ombelico paonazzo, sganasciandosi dalle risate.
Intanto un dubbio passava nella mia mente; che ne potevano sapere loro di scottature solari della pelle? Indicandomi di seguirle, mi portarono nella casa di un'anziana signora senza et e senza denti, e gi mi vidi vittima di qualche cruento rito magico.
Probabilmente avevo anche un po' di febbre e una certa qual dose di stanchezza, poi mi sentii pi rassicurata dal fatto che la signora in questione parlava benissimo francese ed era stata una maestra che per molti anni aveva insegnato a bambini bianchi.
Tir fuori delle cose dai mobili della cucina e, poich l'illuminazione era scarsa, analizzai con l'olfatto ci che stava applicandomi.
In pratica mi lavava le ustioni delicatamente con l'aceto (ma aceto di cosa?) e vi garantisco che ne provai un immediato sollievo; poco dopo mi unse per benino e se mi avesse messo del rosmarino in bocca avrei cominciato a preoccuparmi.
Non volle nulla per la sua gentilezza, avevo portato una nota di colore e ilarit nella loro semplice e povera casa; mi diede l'indirizzo perch le inviassi un atlante del mondo, visto che il suo datava 1934 e la geografia politica negli anni era leggermente cambiata. Nonostante la pronta guarigione, la mia opinione sui rimedi empirici non era mutata, ma il destino aveva ancora in serbo una sorpresa.
Questa volta la sfortuna si abbatt su di un membro del mio equipaggio che, forse per il riverbero accecante, forse per il vento, la sabbia e i pollini, si ritrov in barca, alla fonda nella barriera corallina di Maiotte, con gli occhi semichiusi e appiccicati a causa di una forte congiuntivite.
Di collirio a bordo neanche a parlarne, consultare un medico o trovare una farmacia era assolutamente impossibile.
Gli iniziai una cura di gocce di limone spremute e filtrate con una garza sterile e, nel giro di tre giorni, il nostro uomo non solo era guarito ma i suoi occhi erano riposati e di un bianco impressionante; non solo, per non sprecare nulla, il limone ormai spremuto e con la buccia ben lavata, veniva rosicchiato e mangiato dagli altri membri dell'equipaggio per curare le infezioni intestinali che imperversavano con il caldo.
Non era finita. L'armata Brancaleone della nostra barca era sprovvista di una seria farmacia di bordo, perci nel corso della spedizione scoprimmo, a nostre spese, che la candeggina allungata con poca acqua dolce era un ottimo rimedio contro le ferite provocate dai coralli, che solitamente sono durissime a guarire.
Un'altra nonna comoriana ci vide un giorno sulla spiaggia, armati di coltello, ago, accendino e pinzette, intenti a scarnificare la pianta del piede di un malcapitato approdato, dopo un'immersione, su di un banco di ricci spinosi.
Ma che fate, incoscienti! fu la nostra traduzione di una serie di parole gutturali e ostrogote uscite dalla bocca della signora. Gli aculei vanno lasciati nel piede per ventiquattro ore a macerare, poi si fa scaldare dell'acqua di mare e, senza cuocerla, si mette la parte spinosa a bagno per un po'. Miracolo: gli aculei escono quasi totalmente da soli e sono facilmente afferrabili con le pinzette.
D'accordo, mi rimangio tutto quello che ho scritto sui rimedi naturali e non del tutto ortodossi che impariamo dai vecchi saggi o sui giornali femminili, e poich in mezzo al mare  ancora molto difficile trovare una farmacia galleggiante e sovente per leggerezza o sfiga, possiamo trovarci sprovvisti del prodotto giusto, aprite bene le orecchie, fate tesoro dei consigli e, alla bisogna, aguzzate l'ingegno.
Del resto se un buon comandante  abituato ad arrangiarsi per le riparazioni di emergenza della sua barca in mezzo al mare, perch non dovrebbe saperlo fare anche per il suo prezioso fisico?
Perci, quando vi pinzano le meduse, mettete la farina bianca sulla parte e raccoglietela con uno straccio asciutto per asportare i pungiglioni urticanti che sono conficcati nella pelle, sciacquate solo con acqua di mare, lenite le irritazioni con del succo di limone.
Per le punture di insetti, scaldate immediatamente la parte per un minuto con l'estremit incandescente di una sigaretta,
senza ustionarvi; i veleni proteici sono termosensibili. Estraete i pungiglioni degli insetti grattando con l'unghia, ma senza schiacciare mai la parte, come verrebbe istintivo.
Se andate in Oriente o nei paesi arabi, vedrete che le donne sovente hanno occhi umidi e brillanti, con una luminosit ammaliante, effetti che ottengono con una sorta di polverina o di liquido che trovate in vendita sui banchi dei mercati. Non usate le porcherie di cui non sapete la provenienza.
Vi racconto un aneddoto. Elda, una vecchietta novantenne poetessa e musicista, viveva in una misera soffitta a Torino, vicino alla casa dei miei genitori. Era talmente povera da non avere i soldi per comprarsi nemmeno le medicine.
Un giorno mi raccont che il miglior sistema per rinfrescare gli occhi era lo zucchero, soffiandoselo in faccia su di un foglio di carta. A consigliarla era stato un medico, dopo che aveva subito un intervento alla cataratta e non poteva permettersi il lusso di apposite soluzioni.
Cos in Oriente, invece di acquistare dubbi prodotti, provai sui miei occhi gli effetti dello zucchero: lo sguardo diventava brillante, vivissimo e la cornea azzurrina, per non parlare del piacevole senso di riposo che si aveva dopo una giornata di mare. E poi con lo zucchero negli occhi risultava pi facile fare gli occhi dolci; a parte gli scherzi, non insisto che lo proviate, ma promettetemi, se ci avvenisse, di non fare il mio nome al vostro oculista...
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Capitolo 12. Le papere.
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Qual  quella ragazza che nella vita non sogna di essere celebre e famosa e comparire in TV o davanti ai fotografi e ai giornalisti delle riviste? Io. E questo lo affermo ad altissima voce, poich vi garantisco che una persona timida in certe occasioni  inverosimilmente ancora pi timida.
Per ragioni di sponsor, di immagine e di rarit della bestia skipper femmina, mi ritrovai pi volte invischiata nella spirale dei mass media, poco contenta delle attenzioni dei giornalisti e ancor meno dell'occhio vitreo della telecamera fisso su di me.
Purtroppo la mia freddezza mi impediva di emozionarmi, ma la mia ragione mi faceva sembrare un'inutile perdita di tempo il sorridere forzatamente a un invisibile pubblico o, ancor peggio, rilasciare dichiarazioni che puntualmente venivano fraintese o manipolate.
Di tutti questi effimeri attimi di protagonismo ricordo con orrore tutte le papere che ho fatto, non essendo propriamente il set il posto dove volevo esibirmi. La prima fu in occasione della serata di gala della regata Portofino-New York.
Grande palco illuminato a giorno nella nota Piazzetta gremita di gente: turisti, stampa, velisti e vip, erano ombre scure dietro gli accecanti e cocenti fari. Madrina della serata Rosanna Schiaffino, nota attrice che, a suo agio nella veste di presentatrice dei regatanti, li intervistava chiacchierando e intrattenendo il pubblico con racconti di mare e sviolinate per lo sponsor.
Noi, i regatanti, siamo in quel momento dotati di un pericolosissimo microfono a mano, modello gelato da passeggio, e negli spostamenti da una parte all'altra del palco ne incrociamo e tiriamo i fili a rischio di far inciampare ospiti e presentatori.
Lei, la diva, intervista il mio compagno di barca, poi si rivolge a me, togliendomi ad un certo punto la parola per raccontare le sue avventure di mare con il marito; io inizio a scrutare le ombre nel buio per individuare gli amici e ricevere un sorriso di conforto per la mia triste sorte sul palcoscenico.
Ad un certo momento lei disse: ... bla... bla... bla... che cosa ne pensa il marito..., riferendosi al suo, ed io, riportata di colpo alla realt dell'intervista, sparai nel microfono ad altissima voce: Io non ho un marito, suscitando l'ilarit dei presenti che al contrario di me avevano seguito il discorso.
Fortunatamente un viso paonazzo non si nota sotto l'abbronzatura.
Un'altra volta nella silenziosissima e ovattata sala stampa del Salone della Nautica di Genova, zeppa di giornalisti intenti a scrivere i loro comunicati, parlando con un giovane giornalista carino, esordii a voce altissima con la frase: Che cosa credi, i miei clienti sono solo uomini, riferendomi ai corsi di patente nautica. Era una di quelle rare volte in cui il mio abbigliamento consisteva in una succinta gonna e le scarpe avevano un tacco quasi vertiginoso... La mia professione venne indubbiamente mal interpretata.
Alcune papere sono negli anni finite nell'oblio, altrimenti non sarei mai pi riapparsa sui campi di regata. Da una gentile signorina certo le presentatrici televisive non si aspettavano un sincero in culo alla balena, detto in diretta.
I tempi sono comunque cambiati e i presentatori stessi hanno colorito il loro linguaggio, adeguandosi alle esigenze del mercato.
Pericolosissimi sono alcuni giornalisti che quando non cambiano le carte in tavola di proposito, ti mettono in bocca strafalcioni tecnici che tu non hai mai detto, oppure riportano fedelmente una frase a te scappata in via confidenziale.
Cos ad Imperia, al raduno delle Vele d'Epoca, parlando della barca su cui lavoravo dissi: No, non  una barca tanto vecchia, in compenso il suo armatore  d'epoca. Alludevo ai settantasette anni ben portati del proprietario.
Il giorno dopo sul giornale si lessero le mie parole riportate testualmente. Per fortuna l'ingegnere era un uomo di spirito e non si offese.
Un po pi arrabbiato fu l'armatore del Tirrenia II quando
un giornale scrisse che la barca faceva charter e, in realt, non era vero. Avevo usato l'espressione ospiti alludendo alle persone che portavo a bordo durante l'estate, ma la giornalista aveva dato una diversa interpretazione al sostantivo. Non fu una vera gaffe ma la mia mortificazione fu la medesima.
Quando citavo l'equipaggio di tutte donne, ho gi avuto modo di esprimere il mio disappunto sulle domande dei giornalisti. Ora, riguardando degli spezzoni di interviste dell'epoca, ho rivisto con orrore una delle mie solite figuracce ma questa volta fatta in televisione.
Si vedono me e la mia compagna di regata, quasi sorridenti, con i due delfini mascottes in braccio e un cronista che descrive la regata, le barche, e mi pone delle domande di carattere tecnico e personale. Alle prime rispondo seria, dura ma con estrema professionalit, alle seconde a monosillabi notevolmente irritata.
Ad un certo punto, ad una banalissima domanda sulle caratteristiche della nostra barca, passo il delfino con gesto prepotente alla mia povera compagna ed esordisco: Questo adesso, se ha voglia, lo spiega la mia collega, perch io ho da fare, mi giro e me ne vado, lasciando l'intervistatore con il microfono che gli pende da una mano. Non posso credere di essere stata cos trucida e scontrosa, eppure i fatti, anzi, i filmati parlano chiaro.
Nonostante gli anni passino, la mia comparsa in pubblico non migliora. Eccomi recentemente al nuovo centro RAI di Saxa Rubra, vicino a Roma, dove sono arrivata dopo seicento chilometri di guida notturna ininterrotta. Gli occhi mi si chiudono e non trovo nemmeno un bar per bere un caff. Senza caff la giornata inizia male, e chi mi conosce pu ben capire quanto io sia pericolosa a stomaco vuoto.
Dalla valigia scelgo l'abbigliamento adatto alla situazione; scarto i pantaloni mascolini da vela, le polo con i nomi di barca non sono abbastanza femminili. Vorrei indossare un vestitino che mi piace, ma la pelosit del momento delle mie gambe mi fa optare per un pantalone lungo di lino che miracolosamente si  mantenuto stirato. Ecco, ho dimenticato le scarpe, vada per gli zoccoli.
Negli studi di registrazione fa sempre un caldo infernale e i riflettori ti costringono a sudare. Completo quindi il mio abbigliamento con una camicina a fiori scollacciata e senza maniche, e la mia inseparabile collana di perle portafortuna.
La scelta sar azzeccatissima; stiamo per pi di un'ora seduti immobili sul set preparato per l'occasione all'aperto, in una fredda, ventosa e nuvolosa giornata settembrina.
Gli altri ospiti intirizziti dal freddo si rifiutavano di levarsi la giacca, io mi limitavo a sperare che non risaltassero nelle riprese i peli delle mie braccia irti come le setole di uno spazzolino da denti a causa della rigidit del clima.
Il presentatore, arrabbiato nero (forse anche lui  rimasto senza caff), sbaglia la partenza, si riprende,  il suo lavoro, e inizia con una serie di domande di cui eravamo all'oscuro.
Non so dove mettere le mani, quello  sempre il mio problema, le metto in tasca dei pantaloni, ed ecco che invece di concentrarmi su quello che dicono mi viene in mente che mia mamma mi vede, e poi mi fa una testa cos, perch non sta bene che una donna metta le mani in tasca.
E che cosa ne faccio? Le ripongo in grembo nella posizione che hanno assunto gli altri di fronte a me. Solo che su di loro, armatori delle barche che hanno vinto l'Admiral's Cup, capitani d'industria, professionisti affermati abituati al grande pubblico, le mani incrociate danno un tono tranquillo, sereno e sicuro. Io sembro pi un'addolorata e pentita assorta in preghiera.
Vicino a me un grande della vela italiana, anche lui un po' sullo scorbutico, non sa dove mettere le mani e tamburella nervosamente sul bracciolo della sedia. Lui, da marinaio, porta dei pantalonacci blu con i quali io farei solo le vernici di una barca, una camicia con maniche arrotolate, e un caldissimo, beato lui, giubbetto felpato.
Le parole volano con la solita retorica, parlano di cose che non mi sfiorano, e piano piano mi chiedo quando riuscir a farmi un caff, per bello quel filmato, guarda, guarda che vento, carino l'armatore con quelle scarpe da vela colorate...
E Lucia, tu che cosa ne pensi?...
Riatterro improvvisamente in piena intervista e inizio letteralmente ad arrampicarmi sui vetri, che cosa ne penso su cosa, ma naturalmente non ho la prontezza di farmi ripetere la domanda, e il bello della diretta  che migliaia di persone ti vedono remare e ti sentono farfugliare una risposta quasi priva di senso. Ero ormai talmente bianco-bluastra dal freddo che il rossore della vergogna riusc solo a farmi riprendere un po' di colorito.
L'intervista  finita, i professionisti sorridono benevoli e io medito di iscrivermi a un corso rapido di recitazione perch se va in porto il progetto della Whitbread al femminile sicuramente dovr comparire in pubblico altre volte.
L'abbigliamento  per sempre la mia spina di skipper al femminile.
Naturalmente mi sento pi a mio agio in abiti sportivi, anzi, sportivissimi, ma il buon senso, mia madre e tutti i vari consiglieri mi tempestano di raccomandazioni e suggerimenti per un comportamento che mi distingua da un portuale.
Cos  successo che, nonostante la veste di comandante, mi sia stato richiesto di comparire in pubblico mettendo in risalto il fatto di essere anche una donna.
Ad alcuni ricevimenti mi sono presentata in abito da sera, alle premiazioni in tailleur, e una volta in particolare, ad un cocktail a Montecarlo dove avrei dovuto ritirare un premio, indossai una splendida ed elegantissima tutina di seta, per la quale avevo comprato un paio di scarpette in tinta molto carine.
Non mettetevi mai le scarpe nuove se non siete ben certe della tenuta di strada della loro suola. Queste erano una vera trappola, soprattutto ai piedi di una che  abituata a fare lunghe falcate e a camminare rapidamente senza guardare dove mette i piedi.
Avevo gi rischiato dei capitomboli lungo la strada dalla barca al ricevimento, e al momento della premiazione mi accorsi che avrei dovuto attraversare la parte deserta di un salone lucido di cera da far paura, sotto gli occhi di una tonnellata di dame e cavalieri di tutti i continenti, nonch vip e regatanti.
Non fidando nelle scarpe e tanto meno nella mia camminata, mi girai all'improvviso verso una ragazza alta e con i mocassini e, in francese, le chiesi che numero portava di scarpe.
Passata la sorpresa, mi disse che portava il trentasette. Io le chiesi, con uno sfacciato sorriso, se per cinque minuti avrebbe scambiato le sue scarpe con le mie. Mai seppi quale fu la sua risposta.
Pi veloce del suo indugio fu il presidente della manifestazione, che mi chiam al microfono a ritirare il premio. Iniziai a farmi largo tra la folla e, prima di comparire nella parte vuota del salone, abbandonai dietro di me prima una e poi l'altra scarpa e attraversai la sala a piedi nudi, sorridendo tra gli applausi.
Devo dire che i miei piedi attiravano delle furtive occhiate, ma i francesi presero la mia nudit come una stravaganza da italienne; dopo il mio breve discorsetto riattraversai la sala indenne tra le risate e i complimenti del mio equipaggio.
Potrei raccontare un'infinit di queste storielle, ma il succo di tutte quante  che le donne, a volte, hanno una fortuna innata nella loro essenza femminile: gli uomini tendono a perdonar loro stravaganze, stranezze e distrazioni.
Approfittatene, ragazze, approfittatene.
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Capitolo 13. Affari di cuore.
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E per quel che riguarda i rapporti sentimentali?
Ecco che passiamo a note dolenti che giustificano il fatto che a trentaquattro anni sia ancora una zitellona e preferisca sempre pi dedicarmi a barche, viaggi e altre svitate avventure. Adesso scrivo qui di seguito la frase storica che susciter in quelli che mi conoscono solo superficialmente, la maggior parte, una sonora risata seguita dall'esclamazione: Tu...? ma vuoi scherzare?.
Ebbene, ecco la mia confessione: nonostante la vita libera e indipendente che ho condotto fin dalla pi tenera et, le mie scelte girovaghe, il non aver una fissa dimora, un lavoro sicuro, ebbene, nonostante questi piccoli e insignificanti particolari, ho sempre, e sottolineo sempre, desiderato crearmi una famiglia con tanto di contratto matrimoniale, cerimonia in chiesa e bambini... creare insomma un bell'equipaggio misto per fare il giro del mondo su una barca-casa.
E qui casca l'asino, anzi inizia a piovere dal cielo ogni sorta di stranezze.
Premetto che in questi anni mi sono data da fare, selezionando un gran numero di uomini per portare a compimento il mio progetto. Posso, ad oggi, dividere i miei spasimanti in due grandi categorie.
La prima  costituita dal fidanzato terrestre, favorevole al progetto di avere una moglie e qualche bambino, ma ad un uomo di quel genere non passa minimamente per l'anticamera del cervello di vivere alla giornata su una scatola galleggiante dotata di vele, trovandosi in qualche isola sperduta senza telefono, caff, televisione e campionato.
Inoltre se il malcapitato, rapito dalle ragioni del cuore, cedesse e si buttasse in un'impresa del genere, molto probabilmente ridotto a una larva dal mal di mare, sarebbe costantemente impegnato tra la cucina e i pannolini dei bambini, mentre io dovrei occuparmi dei tagliandi dei motori, dell'impiantistica, di cucire... qualche vela qua e l, di fare la carena alla casa... pardon, alla barca.
Quanti ex hanno consumato stipendi con telefonate giornaliere oltreoceano (solitamente d'inverno gli skipper lavorano ai Caraibi), o hanno ad un certo punto del nostro rapporto pronunciato il fatidico ultimatum: O me, o la barca! e mi hanno visto sfilargli sotto il naso con la mia sacca da vela, pronta per l'ennesima regata.
I miei motivi di scontro con i fidanzati terrestri erano costituiti da un'angolazione diversa di vedute: una casa considerata piccola e angusta, era per me una piazza d'armi, con tanto di soppalco con cabina degli ospiti.
I miei bambini avrebbero potuto andare in giro a piedi nudi e giocare nelle pozzanghere (il mare) e pulirsi tranquillamente le manine nei pantaloni, come faccio io quando sto ingrassando i winches; a pochi anni avrebbero fatto le prime esperienze con l'Optimist, senza sapere che cosa fosse un televisore o un computer.
Non parliamo delle liti furibonde scoppiate quando, non trovando gli abiti nell'armadio, avevano scoperto che, invece di stirarle continuavo anche a casa a infilar le maglie sotto i materassi.
Del resto se qualcuno vuole le camicie stirate ha solo da armarsi di un ferro da stiro e di tanta buona volont...
Qualcuno pu obiettare che, probabilmente, non ho mai amato abbastanza nessuno di questi ragazzi; in realt, mentre  pi facile che una moglie accetti un marito rappresentante o camionista, marinaio o comandante, sempre fuori per lavoro,  difficile trovare un uomo che riesca a digerire una possibile moglie in giro per il mare su una barca a vela.
Penso che un po' il problema sia dovuto al fatto che  difficile immaginare che viaggiare su una barca a vela sia un lavoro, e poi... con tutti quegli uomini che ti stanno intorno....
Ecco un'altra tipica frase infelice pronunciata dal terrestre.
 vero, pi si viaggia pi si conoscono genti e culture, luoghi e persone interessanti, uomini affascinanti con cui si dividono momenti molto intensi..., ma non  forse vero che di solito l'amante lo si trova nella routine di tutti i giorni, se cos vogliamo che succeda?
Perci, dopo una serie di infruttuosi rapporti terribili, rivolsi le mie attenzioni agli uomini che condividevano la stessa mia professione, coloro che, collocandosi nella seconda categoria, rappresentano i fidanzati marini.
Naturalmente il fascino del comandante di barca  di essere un rude e libero marinaio, e gli appartenenti a questa categoria decisamente sono avversi all'idea di avere la palla al piede, anzi, l'ancora incagliata in una serie di marmocchi e in una moglie, seppur esperta velista.
Figli permettendo, il mio fidanzato marino ed io avremmo potuto lavorare sulla stessa barca. Ma le statistiche sono sfavorevoli a un mnage del genere, poich solitamente le donne dei comandanti si imbarcano con loro in qualit di hostess o di marinai e, poich non si sono mai visti convivere due galli nello stesso pollaio, posso affermare di non aver mai provato ad attuare un progetto a cos alto rischio.
Pensate poi come sarebbero state faticose le comunicazioni con un tale tipo di uomo: parole d'amore affidate all'etere e ascoltate da centinaia di radioamatori.
 sorprendente come solitamente le donne grintose, decise e sicure di s, attirino come mosche al miele una terza categoria di uomini, quelli che io definisco i mollicci, uomini opportunisti, insicuri, che si attaccano come ventose e tendono a lasciar skipperare la vita, coniugale e non, alla malcapitata ragazza.
Se qualche ex moroso si identifica o si riconosce nelle mie parole, stia pur certo che le allusioni sono decisamente volute e che sto riferendomi proprio a lui.
In un rapporto di questo tipo per un po' va tutto bene, fino a che non mi rendevo conto di condurre la barca sempre da sola; in realt una donna forte, o presunta tale, sotto sotto ha pi bisogno di dolcezza di un'altra, poich per affrontare certe situazioni e certi ambienti bisogna corazzarsi e a volte far finta di essere d'acciaio.
Insomma, gli uomini terrestri sono quasi sempre scappati, con quelli marini ci si  accoltellati e quelli mollicci li ho sedotti e abbandonati con disprezzo.
Ecco spiegato il mistero dei navigatori solitari, quelli cio che navigano senza scalo, parlano da soli o con immaginari timonieri. In realt sono tutti single senza speranza.
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Capitolo 14. Le piratesse.
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Se alle soglie del Duemila fare il comandante di una imbarcazione da diporto per una donna  una grossa difficolt, perch viene considerato un lavoro da uomini, figuriamoci che problemi esistenziali si sono ritrovate ad affrontare le piratesse, cio quelle donne che, ai tempi della filibusta e della pirateria, avevano uno spirito di avventura tale da desiderare di guerreggiare per i mari alla stregua degli uomini.
Cos mi capit in un giorno in cui ero in piena crisi di identit sul ruolo della donna in mare, di interessarmi e documentarmi sulla vita delle donne pirata, desiderosa di armarmi di uno sciabolone per fare correre armatori e clienti che mi facevano ostruzionismo sul lavoro.
Scoprii cos che una delle prime donne pirata fu lady Killigrew, che, verso la fine del 1500, scorrazzava per le coste inglesi capeggiando un manipolo di furfanti all'arrembaggio di piccole imbarcazioni da depredare.
La signora in questione aveva per la vita facile, poich il marito, vice ammiraglio della Cornovaglia, era anch'esso dedito alla pirateria, giustificando questo vizietto come una peculiarit di famiglia.
La regina Elisabetta non apprezz l'attivit dei due coniugi e dopo un processo per pirateria li condann a morte, ma all'ultimo momento la solidariet femminile ebbe la meglio e la lady piratessa si trov a scontare solo una lunga reclusione.
Maggiori e pi romantiche notizie si hanno sull'amicizia profonda di due donne pirata che hanno navigato e combattuto per lungo tempo con la stessa ciurma nel mar dei Caraibi: sono Ann Bonny e Mary Read.
Mary Read, inglese, pass gli anni pi belli dell'infanzia travestita da maschietto, poich la ricca nonna non avrebbe mai accettato di avere come nipote ed erede una bambina.
Questa finzione la fece crescere forte e coraggiosa a tal punto da arruolarsi, per spirito di avventura, su un vascello da guerra travestita da uomo.
In realt il suo sogno era diventare un gallonato ufficiale della Royal Navy ma, poich i gradi a quel tempo si ottenevano solo con il denaro e non con l'onore, la ragazza, pur dimostrandosi un valoroso soldato elogiato dai suoi ignari ufficiali, non riusc mai a far carriera.
Il profondo amore sbocciato per un suo giovane e bel commilitone la port a smascherare la sua vera identit: i soldati stessi, alla fine della campagna vissuta insieme, le regalarono degli abiti femminili e furono testimoni del suo matrimonio.
Dopo pochissimo tempo troviamo Mary Read travestita da marinaio che naviga su un mercantile olandese; il marito era morto e per placare il dolore aveva deciso di ridedicarsi ad una vita avventurosa. Ma l'avventura non bastava, ci volevano la trasgressione, la violenza e la battaglia.
Eccola quindi imbarcata su una nave corsara comandata dal famoso Calic Jack Rackham, vecchio furfante che non aveva accettato il perdono del re del 1718 in cui si concedeva clemenza a tutti i pirati che si fossero arresi al governatore delle Bahamas.
Ann Bonny, donna vestita da uomo e dedita alla pratica della pirateria, era in quel periodo l'amante di Calic Jack; di lei ci sono giunte poche notizie, ma  certo che strinse subito una profonda amicizia con Mary, cosa che permise alle due donne di rendere noto il loro vero sesso ai componenti dell'equipaggio della nave pirata su cui erano imbarcate.
Si narra anche che, durante gli arrembaggi, le due amiche capeggiassero i bricconi avendo molta pi grinta e coraggio; in alcuni attacchi, dove gli uomini si erano dimostrati vigliacchi, le piratesse li avevano insultati e non avevano esitato a farne fuori qualcuno per incitare gli altri ad uscire allo scoperto.
Mentre per la povera Ann cambiar uomo avrebbe significato far fuori il comandante Calic Jack con tutti i problemi che ne sarebbero derivati, per la romantica Mary fu facile innamorarsi di un carpentiere giovane e bello, fatto prigioniero e imbarcato a forza durante un'azione di saccheggio.
L'amore era corrisposto e la giovane pirata uccise anche in duello pur di convolare a nozze con il suo beneamato.
Fu in Giamaica che le due donne e il loro equipaggio vennero catturati; ancora una volta si dimostrarono valorose, ma nulla poterono contro le forze inglesi e soprattutto contro la codardia e il tradimento di uno di loro, del capitano Calic Jack in persona.
Al processo non valsero femminilit e coraggio per salvare la pelle, anzi, i colleghi pirati testimoniarono contro le due donne dandone un'immagine di spietata crudelt e accusandole di atti sanguinosi e feroci.
Il 28 novembre del 1720 le piratesse e il comandante Rackham vennero giudicati colpevoli di pirateria d'alto mare e condannati all'impiccagione.
Mary Read, incinta, mor di febbre in prigione prima di dare alla luce il bambino: non era riuscita a impietosire la corte per se stessa ma aveva ottenuto la grazia per il marito innocente.
Il capitano Calic Jack Rackham penzol dalla forca insieme a molti suoi uomini senza nemmeno il conforto dell'amante, la quale sosteneva con disprezzo che: Se avesse combattuto da uomo non sarebbe stato impiccato come un cane.
Ann Bonny non fu impiccata e non esiste la registrazione della sua morte in cella; le cronache del tempo non ne parlano pi dopo la scomparsa del resto dell'equipaggio.
Mi piace per pensare che, fuggita dalla prigione, abbia continuato la sua vita avventurosa per mare e per ragioni climatiche si sia, ad un certo punto, stabilita in Italia.
Chiss, probabilmente una sua pronipote potrebbe essere giunta fino a Torino e...
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Capitolo 15. Le donne nel diporto.
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Quello delle piratesse non fu un caso sporadico; fin dalle prime pagine della storia della navigazione troviamo donne audaci e coraggiose che sovente assumono compiti di comando o condividono i rischi del mare con mariti e amanti.
Si narra in alcune saghe nordiche che donne norvegesi guidarono spedizioni oltre il Mar del Nord ma, seppur divertente e avventuroso, a quei tempi quello era considerato un lavoro come un altro, magari lasciando a casa bambini e vichingo.
Quello che a noi interessa maggiormente  scoprire quando le femmine iniziarono ad andare per mare solo ed esclusivamente per il piacere di farlo.
 certamente noto che Cleopatra fu una delle prime donne diportiste; la storia riporta infatti che nel 31 a.C. la stravagante regina assistette, come spettatrice, a bordo di una sontuosissima galea, alla battaglia di Azio in cui era impegnato il suo beneamato Antonio contro Ottaviano.
Essendo quella la barca personale della regina,  ovvio che fosse lussuosa e confortevole, arredata con gli agi faraonici a cui a terra era abituata; ma forse le sorti della battaglia avevano per lei un interesse che andava al di l del puro e semplice divertimento. I rematori in quell'epoca, destinati a scontare la loro pena incatenati ai banchi di una nave, sotto il sole o la pioggia senza grandi possibilit di movimento, avrebbero senz'altro preferito il diportismo nautico dei giorni nostri.
Bisogna consultare i libri per trovare una donna che, intorno al 1870, seppur insieme con il marito, si dedicasse al mare e alla navigazione con interesse e fervore.
Lady Ann Brassey, era una dama dell'alta societ londinese, colta e raffinata, madre di tre figli e sposata con Thomas Brassey membro del parlamento inglese.
Partirono per una crociera intorno al mondo con il Sunbeam, un magnifico tre alberi di cinquantadue metri, con trentasei persone di equipaggio, compresi cuochi, domestici e inservienti.
 interessante scoprire che anche se era il marito insieme con il comandante ad occuparsi della navigazione, la signora conosceva perfettamente la lettura delle carte nautiche e si cimentava in descrizioni minuziose delle terre visitate.
Archetipo vittoriano della turista infaticabile, lasci ai posteri un prezioso libro intitolato Around the World in the Yacht Sunbeam scritto nel 1879; oltre ad annotare problemi e avventure, personaggi incontrati e tempeste, vi  una descrizione della nave in cui la famiglia visse per quasi tre anni e degli ospiti particolari che non avevano avuto cuore di lasciare a Londra: due cani, un micione e una voliera con tre uccellini.
La signora aveva ricreato nelle cabine della nave i comfort e la suggestione delle camere e dei salotti vittoriani; grandi letti con broccati e tendaggi, porcellane, bronzi e sculture, ninnoli che, ad ogni parvenza di cattivo tempo, andavano imballati e stivati.
Il lusso sfrenato non imped alla dama di adattarsi ad escursioni faticose e pericolose che ella stessa organizzava alla scoperta del mondo.
Ma la prima donna che prese veramente il mare soltanto per diporto, fu la famosa velista francese Virginie Hriot, fanciulla di buona e ricchissima famiglia, erede dell'impero dei magazzini del Louvre.
Gi sua madre Malvine era un'appassionata di mare anche se in forma poco sportiva: rifiorita a seconda giovinezza dopo la morte del marito, amministratrice dell'impero economico dei figli, Malvine acquist in Scozia una nave famosa per la sua velocit di crociera e dotata dei pi inimmaginabili comfort dell'epoca: dal riscaldamento in ogni cabina alla camera oscura, a una dotazione di biciclette per le escursioni.
Su questa meraviglia, Virginie inizi a scoprire i piaceri della navigazione, del mare, dei viaggi e all'et di tredici anni, quando la madre la interrog sulle proprie ambizioni future, disse: Sar un marinaio.
All'alba del suo diciannovesimo compleanno aveva gi
percorso quarantottomila miglia. Il suo viaggio di nozze lo fece rigorosamente per mare, distruggendo il povero neomarito terricolo. Il suo esordio sulle piccole barche a vela avvenne sempre in quegli anni, in occasione della Coppa di Francia alla quale partecip casualmente.
Il mondo delle regate fu un vero e proprio amore a prima vista e per inseguire le sue mire di vittoria, mise in cantiere la prima barca a vela da competizione, battezzata Aile.
La prima guerra mondiale sconvolse i suoi piani sportivi, la nascita di un maschietto e il divorzio dal marito, forse ancora sconvolto dal viaggio di nozze, le fecero sognare e ipotizzare di passare il resto della vita sul mare nei panni di oceanografa o di idrografa.
Non decidendosi a imboccare l'una o l'altra strada, pass alcuni anni in cui l'anima era spesso combattuta tra la schiavit di una vita mondana che socialmente era obbligata a sostenere, e il desiderio della libert che si aveva nel viaggiare per mare, poich, usando le sue stesse parole guardare verso il mare  guardare verso il futuro.
Cos, per consolarsi dal recente divorzio, acquist il Finlandia, barca appartenuta a Guglielmo II di Germania, una delle pi belle unit da diporto del momento. Ci vollero tre anni di cantiere per cambiare gli interni ad una nave lunga ottantacinque metri, su ordini, disegni e scelte della stessa armatrice che pass le sue giornate a seguirne i lavori di restauro.
Nel frattempo, ritornato nel dopoguerra il benessere economico, per non stare lontana dai campi di regata si fece costruire da un architetto di grido l'Aile II, uno yacht con cui tent di difendere i colori nazionali nella Coppa di Francia.
Nel settembre del 1922 la donna comandante, come veniva soprannominata nell'ambiente, venne battuta in regata da una barca norvegese. Ferita nell'onore le ci vorranno sette anni e sei barche per rifarsi ed essere l'orgoglio della Francia. Ma non basta, scopre in quelle competizioni, la propria vocazione, vede chiaramente quale sar il suo obiettivo fino alla morte: attraverso il mare, le regate, il diporto, servire alla grandezza e allo splendore della Francia.
Diventa cos l'ambasciatrice della Marina francese e installa il suo quartier generale a bordo dell'Aile, una goletta che come immagine avrebbe dovuto essere pi consona ai suoi intenti propagandistici.
Non essendo questa una barca veloce e confortevole e non avendo la signora problemi d'argent, si fece costruire a tempo di record, da Camper & Nicholson, in Inghilterra, uno dei pi bei cinquantasette metri che navigarono sui nostri mari, l'Aile Secondo.
In un'epoca in cui le donne avevano l'unico diritto di tacere, negli anni in cui nei pi esclusivi Yacht Club del mondo al gentil sesso era addirittura vietato l'ingresso, madame la mer, come era solito chiamarla Rabindranath Tagore, navigava da febbraio a ottobre in giro per le pi importanti competizioni europee con i suoi millecentosedici metri quadri di velatura.
Grazie alle navi della Marina francese o alla ferrovia, veniva raggiunta ovunque dalle sue barche da regata ed ella stessa si gettava al timone con sapienza e perizia nella mischia delle linee di partenza, riportando vittorie e ottimi piazzamenti.
E finalmente, nel 1928, nei giochi olimpici di Amsterdam a bordo del suo 8 metri S.I., riport una serie di vittorie tali da far conquistare alla Francia una medaglia d'oro.
Negli anni tra il 1924 e il 1932, parteciper a centoventicinque regate, sosterr le imprese di navigatori solitari, incentiver la nautica da diporto con la costruzione di un monotipo di deriva; le sue opere filantropiche spingeranno i ragazzi alla vela ma creeranno anche una cassa marittima di assistenza per i vecchi marinai.
Presa dalla sua passione per il mare, ci si consacr a tal punto da rischiare pi volte la propria vita come durante una tempesta in cui, trascinata da un'onda sulla coperta della propria nave, si ruppe alcune costole e il giorno dopo si present, incurante del dolore, a tenere il suo ciclo di conferenze propagandistiche sulla nautica da diporto e sul mare.
Il 27 agosto del 1932  sulla linea di partenza della regata, la sua ultima; nonostante i recenti malori e i consigli dei medici, Virginie Hriot  infaticabilmente al timone della sua barca.
I membri del comitato di regata e il suo fedele equipaggio,
sono preoccupati: la donna non udr il colpo di cannone, stroncata da una sincope.
Come nelle leggende dei marinai, aveva chiesto di essere gettata in mare, ma la madre ritenne pi opportuno darle una normale sepoltura. Solo quattordici anni pi tardi il figlio potr onorare la volont della navigatrice, il cui corpo verr gettato in mare al largo di Brest da un'unit militare.
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Capitolo 16. Guardando al futuro.
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A volte, nell'ombra, le donne hanno portato a compimento molte imprese marittime. Forse ci vorrebbero alcuni volumi per citarle tutte; io mi limito a nominare quelle che mi hanno colpito maggiormente.
Cos, apprendo con piacere da una foto scattata il 3 agosto del 1930, che esisteva una nave con bandiera inglese, l'Alcyon, che fu la prima al mondo ad avere un equipaggio esclusivamente femminile.
Sfogliando delle vecchie riviste americane, leggo che in Australia, un gruppo di giovani veliste, stanche di sentirsi negare addirittura l'accesso allo yacht club locale, avevano fondato il Victorian Ladies Yacht Club: siamo nell'agosto del 1945 e le leggiadre signore, armate di attrezzi e pennelli, avevano attivamente contribuito al restauro della sede sociale.
Le donne si lanciano via via in imprese sempre pi difficili, lottando al pari degli uomini contro le forze della natura.
Escono negli anni Cinquanta e Sessanta i primi libri delle navigatrici solitarie, libri ricchi di avventure e di paure, di dubbi e di incertezze: le donne devono faticare di pi perch hanno da scrollarsi di dosso centinaia di anni di pregiudizi e condizionamenti.
Senza citare tutte le veliste di ieri e di oggi ma lasciando a lettori e lettrici la curiosit di leggere e di spulciare tra vecchi volumi per documentarsi, scrivo ancora alcune righe su una associazione che credo essere unica nel suo genere, l'A.I.V.A., Associazione Internazionale Veliste d'Altura.
Nel 1991, il consiglio federale della F.I.V., la Federazione Italiana Vela, concede all'A.I.V.A. il suo patrocinio e si prepara a riconoscerla ufficialmente come associazione per la diffusione della pratica della vela.
A differenza di altre associazioni veliche femminili di mia conoscenza, nate in questi anni sulla scia di un femminismo sfrenato e che ho sempre considerato un po' come delle sette antimaschio, il gruppo di donne del consiglio direttivo dell'A.I.V.A., presieduto da Paola Bargone, ha voluto favorire l'avvicinamento alla vela di tante donne italiane e non.
Intimorite da un approccio sbagliato a questa disciplina sportiva che, secondo me, non deve prevedere distinzioni di sesso, le donne sono sempre state emarginate dagli equipaggi maschili, se non sotto forma di cuoche o di pesi morti.
Il problema reale, che molte di noi hanno riscontrato, sia
in Italia sia all'estero,  che nel momento in cui una donna cerca un imbarco in banchina per fare una regata o avere un passaggio (vedi barca-stop), e non  conosciuta, si sente a priori rifiutata solo per il fatto di essere donna.
E realisticamente non esagero la situazione! Molto spesso mi  capitato di vedere, anche su una barca scuola, dove cio tutti i componenti dell'equipaggio non brillano certo di competenze tecniche, prendere di mano sgarbatamente una manovra a una rappresentante del gentil sesso, solo perch questa indugiava un attimo.
Per esempio, non sono rari, al mese di agosto, i casi di barche che rientrano all'ormeggio con una coppia a bordo: marito al timone urlacchiante, moglie a prua all'ancora, e una serie di ingiurie, insulti e improperi volanti da poppa a prua.
L'uomo timoniere d ordini contraddittori, non ha la pi pallida idea di come debba manovrare, e scarica la sua frustrazione da incompetenza sulla consorte, accusandola di essere la causa del disastroso ormeggio (solitamente alla fine l'ancora si trova sotto la prua, a un metro dalla barca, e non tiene).
 certo che in situazioni cos armoniose e rilassate  molto difficile apprendere i segreti della navigazione.
E cos, tornando alla nostra associazione di veliste, questa  nata appunto per insegnare ad andare in barca, a regatare o, perch no, anche a cucinare, in un ambiente decontratto e sereno, dove essere donne o uomini (gli associati possono essere anche di sesso maschile), non crea alcuna differenza.
Attiva, tra l'altro, con un circuito di regate, tra cui quella annuale per barche con equipaggi di tutte donne, dopo anni dalla sua fondazione e tanti sforzi gratuiti, l'associazione si  vista riconoscere ufficialmente dalla federazione la Coppa A.I.V.A..
La manifestazione che  stata inserita nel Calendario Nazionale Italiano, sar il I Campionato Nazionale Femminile Vela d'Altura, abbinato alla mitica Coppa A.I.V.A. e sar come sempre ospitato dal porto turistico di Riva di Traiano, lo stesso ente che ha creduto in quel gruppo di donne agli inizi dei loro entusiasmi.
Ma quante barche riusciranno a radunare queste attive volontarie che credono nella vela come disciplina sportiva anche di largo respiro femminile?
E, per citare le parole della presidentessa, scritte in una lettera a me indirizzata,... e rendere meglio il mio pessimismo cosmico...
Forse la nostra associazione  nata in anticipo sui tempi.
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Capitolo 17. Questa  la fine.
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Io odio la tecnologia e la strumentazione elettronica, non guardo la televisione e non sopporto i videogiochi, mi piacciono gli oggetti antichi e forse per questo mi affascina lavorare sulle barche d'epoca.
Se non ci fossero i motori non ne sentirei la mancanza, le vele e i cavalli vanno benissimo; a casa non ho il termosifone ma stufe a legna. Confesso di essere schiava dello spremiagrumi elettrico, ma solo per pigrizia.
Quando decisi di scrivere il libro, rifiutai le ripetute offerte di generosi genitori che, in occasione di Natali o di Sante Lucie, insistevano per regalarmi un computer vero, di quelli veloci col video colorato e che fanno di tutto.
Dopo aver scoperto che non si trovavano pi i pezzi di ricambio della mia macchina per scrivere portatile, la mitica Lettera Trentadue, rispolverai da un armadio un vecchissimo personal computer, uno dei primi comparsi in Italia, uno di quei portatili per gente con braccia robuste, poich pesa la bellezza di undici chilogrammi.
Il video al plasma blu e azzurro  un quindici per trenta e ha l'abitudine di cogliere di sorpresa l'ignaro scrittore nel bel mezzo della parola chiave ricercata a fatica; probabilmente addestrato da un altro autore invidioso, lo schermo si riempie di strani e incomprensibili geroglifici e lentamente diventa tutto nero, anzi, blu.
L'originale effetto, che pare solo ottico, , in realt, la prova del fatto che il computer ha perso dalla memoria tutto quello che ho scritto; solitamente la cosa succede alla penultima riga di una storia scritta con passione.
Fosse solo quello il problema, basterebbe salvare sovente la parte scritta, ma l'infido aggeggio, essendo dotato di una batteria di accumulatori che ormai non accumulano pi, spesso mi fa lampeggiare un occhiolino rosso con scritto low power e prima che io abbia avuto il tempo di riavermi dallo stupore il PC si spegne.
La terza possibilit di perdere qualche preziosa cartella gi battuta,  data da fattori esterni e di forza maggiore, tipo un pap che senza avvertire decide di operare alcune importanti modifiche all'impianto elettrico e, per ovvi motivi, senza alcun preavviso toglie la corrente. Posso comunque, con maligna gioia, affermare che questo inconveniente pu colpire anche i moderni computer.
Che dire del trasformatore che alimenta il tutto? Il suo ingombro  pari a quello dell'elaboratore stesso e nel suo interno ci sono dei curiosi oggettini cilindrici d'antiquariato che stanno in piedi con delle zampette che mio padre sovente deve risaldarmi a stagno: se un giorno cadesse per terra sarei una scrittrice morta.
Attrezzata quindi di un PC quasi maggiorenne, cercai un programma di scrittura adatto e mi rivolsi ad un mio giovane amico programmatore. Dopo aver pigiato un po' di tasti Pietro mi guard dubbioso e afferm: Quando si utilizzava il linguaggio di questa macchina, io ero ancora alle scuole medie;  meglio che, se lo trovi, ti faccia copiare qualche vecchio programma standard.
Non vi sto a dire la fatica per trovare una stampante compatibile con il mio vecchietto; dopo varie telefonate, un'anima buona mi prest una coetanea, lenta ma efficiente, con il vizio di fagocitarsi l'ultimo foglio scritto. Mia madre qualche volta ud provenire dalla mia camera delle urla tipo: No, no, fermati, basta! Come si stoppa questo accidente?.
Ero io che lottavo con la tastiera per trovare la magica combinazione di pulsanti che produceva un alt stampa, con il risultato di vedere impotente inchiostrare unicamente un paio di righe di foglio e di guardare inerme cinque pagine di carta bianca compattarsi e ridursi ad una fisarmonica incastrata sotto il rullo.
Ospite di una mamma clemente che si occupava della dieta della scrittrice, l'operazione creativa  stata realizzata a Torino; citt priva di mare e di prati verdi, mia urbe natale ricca di ossido di carbonio, dove il termosifone ci permette abbigliamenti tropicali.
Nei mesi dedicati a questo libro la pelle del mio viso aveva la tipica abbronzatura da luce al neon, color giallo limone; il clima esterno rigido, la nebbiolina o la neve avevano trasformato le mie narici, tormentate da un raffreddore perenne, in due croste spelacchiate.
Nelle rare fughe al mare per lavoro i colleghi preoccupati si informavano sulla mia salute: Sto scrivendo un libro, rispondevo tra un colpetto di tosse e uno schiarimento di gola.
E nonostante gli argomenti briosi e solari, mi sentivo come Silvio Pellico nel comporre Le mie prigioni.
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Riflessioni di un marinaio.
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Ero stata ingaggiata per la stagione estiva su una barca comandata da Lucia Pozzo.
Chi  Lucia?, chiedo nell'ambiente.
Alcuni amici istruttori di una famosa scuola di vela mi misero in guardia, e mi sconsigliarono caldamente, dato che era il mio primo imbarco da professionista: uno skipper intransigente, difficile da accontentare, non certo amico delle donne in barca, che aveva avuto l'animo di pubblicare un annuncio su Bolina che suonava terrificante: Comandante cattivissimo cerca marinaio/a per lavoro faticoso e mal pagato su bellissima barca, per 3-4 mesi estivi.
Richiesta: esperienza, professionalit e un minimo di cucina.
L'appuntamento tra noi, imprecisato, era sul rapido Torino-Roma in partenza da Genova. All'altezza di Chiavari, nel vagone self-service, sono rimasta folgorata da una ragazza.
Questa  Lucia!: enormi occhi azzurri spiccavano nel volto abbronzato, suono di campanellini alla caviglia sinistra, calzoncini caki a vita alta, maglietta, vecchie Timberland ai piedi. Un'occhiata intensa tra noi e ci riconosciamo d'intuito.
Provo subito simpatia per questa giovane donna dalla personalit spiccata e vivace. Non mi sembra un mostro terrificante: evidentemente giocano nei giudizi su di lei gelosie ed incomprensioni.
A bordo la vedo attiva, brava e valida. Partiamo ed in navigazione ci aspetta un colpo di mare.
Lucia si trasforma: infagottata nella cerata  rude, dura, spigolosa con l'equipaggio e particolarmente con me, unica donna, e ce la mette tutta per farmi pentire d'essere partita.
Arranco, ma rimango tranquilla. Ho fiducia nella mia intuizione e so che sta solo impersonando il ruolo di marinaio bretone.
Tra manovre faticose, ordini secchi con tono inderogabile e rigoroso, comando asciutto, appaiono le sue grandi doti di navigazione, gestione della barca, e la sua generosit nell'accogliere lei stessa le fatiche e le difficolt senza risparmiarsi minimamente. Per una donna  difficile essere uno skipper credibile, e lei sta solo esagerando il suo ruolo maschile, per essere totalmente accettata nella sua autorit.
Le lancio un rapido sguardo che le sfugge. Negli occhi di Lucia c' l'azzurro cielo cristallino di tramontana, uguale in montagna e in mare: un cielo in cui trovo la freschezza e la purezza - un sottile filo di acuta e allegra ironia - che mi fanno sentire integra e in armonia con la barca in navigazione. Trapela, sotto il cappellaccio sud-ovest e gli spruzzi del mare in tumulto, la sua femminilit disarmante, fantasiosa e dolce, preziosamente celata per pochi intimi amici e in momenti davvero particolari.
Una notte di luna piena timonavo, e Lucia mi teneva compagnia. Filosofeggiavamo sulla vita e io, pi anziana, le passavo le mie esperienze e sapienze femminili. Mi ascoltava aperta, senza pregiudizi e sinceramente sbalordita. Provava molta simpatia per me, un tempo alpinista su vie dure, con importanti compagni come Giancarlo Grassi che, vedendomi danzare in parete, alla domanda di come facessi, rispondevo: Sono una donna!.
Negli anni ho visto Lucia cambiare radicalmente:  sempre pi un serio, affidabile e valido comandante, la sostanza di un marinaio con la saggezza tutta femminile che le permette di far sentire a proprio agio e stimolare qualsiasi donna che ami il mare e voglia imparare a navigare.
Alla fine della stagione trasferiamo una barca al porto invernale solo noi marinai. Servo il pranzo con portate appetitose sulla tavola del quadrato apparecchiata di tutto punto, con porcellane e cristalli, per il nostro piacere e buon umore.
Lucia, imperterrita, vuole la sua solita scodellona in cui mette un po' di ogni pietanza e, accovacciata sulla scaletta del
boccaporto, la testa arruffata dal vento che sporge sul ponte a controllare mare e barca, mangia golosa.
Il rude marinaio disdegna le raffinatezze armatoriali: provo solo affetto e tenerezza per lei, non pensando alle fatiche inutili cui mi sono sottoposta nell'approntare la tavola con quel mare.
Tra Lucia e me si  creata piena alleanza. C' stima, affetto, solidariet, amicizia, gioia, ma c' soprattutto qualcosa di pi sottile e profondo che ho difficolt ad esprimere a parole; quel qualcosa che intuitivamente ci ha permesso di riconoscerci in treno, pur non essendoci mai viste, e che ci ha fatto superare immediatamente il primo impatto duro in barca tra le difficolt della navigazione quando, nonostante il mare formato, lei ha portato intatto il ketch in porto ed io ho sfornato la migliore tiella di cozze che abbia mai cucinato in barca!
Al termine di una immersione subacquea con bombole, ove c'era anche Lucia, ero pronta a volare in Grecia per riportare un One-Tonner in Italia con il proprietario. Avevo lasciato le mie scarpe da barca su un veliero in cantiere in allestimento per il giro del mondo, su cui ogni weekend lavoravo.
Lucia, nella sua immediatezza, udito il problema, si era sfilata le sue gloriose scarpe compagne di tante avventure, abbiamo lo stesso numero, me le aveva consegnate, e con passo sicuro si era allontanata a piedi nudi nella piazzetta di Portofino, con il tintinnio della sua cavigliera! Mi sono sentita molto compiaciuta di avere ai piedi, e per un lungo periodo, le scarpe del mio comandante. Credo, onestamente, che mi abbia aiutato molto a rimanere salda alle manovre durante la tempesta forza otto, che abbiamo incontrato nel mar Ionio.
 stato come essere con lei; la sua forza di incitamento, il suo entusiasmo e la sua ironia, nonostante il momento brutto, mi hanno sostenuto.
Avevo lo spirito di Lucia ai piedi e, scusate, ma non  poco: com' vero che l'amore sconfigge la paura!
Luisella Valeri grafica e marinaia
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FINE.
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E se non avete compreso qualche termine marinaresco...
Glossario semiserio per marinai della domenica, casalinghe e... agricoltori.
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Albero: lungo palo piantato sulla coperta della barca, destinato a sostenere la velatura e, fortunatamente, non troppo sovente a rompersi e cadere (Disalberare).
Bansigo: seggiolino per farsi tirare in testa d'albero... dagli altri.
Boma: palo pi piccolo dell'albero, collegato ad esso ortogonalmente, tramite uno snodo che gli permette un'escursione di centottanta gradi a livello teste dell'equipaggio; quando ne colpisce una, si ha la classica Bomata.
Bordare (le vele): regolarle affinch siano ben piene di vento.
Cabrata: termine aeronautico che mi piaceva nel contesto.
Cala vele: dove si ripongono i sacchi con le vele piegate.
Cambusa: scorte alimentari da barca; dispensa.
Cappa: manovra difficilissima da spiegare e da realizzare, in cui la barca  abbastanza ferma anche nella tempesta.
Caramella: quando lo spi, involontariamente, si arrotola pi volte su un cavo d'acciaio, si gonfia per effetto del vento nella parte alta e in quella bassa, assomigliando a una grande carta di caramella.
Catamarano: barca che ha due scafi e assomiglia ad un pattino con o senza albero.
Cerate: completi da barca; se molto costosi sono anche impermeabili.
Cime: tutti i cordami di bordo; per chi  a terra semplicemente corde.
Crocette: strani distanziali posti a varie altezze su un albero; viaggiano sempre in coppia.
Deriva: piccola barchetta a vela condotta da uno o pi tizi atletici detti Derivisti.
Draglie: cavi di acciaio messi a mo' di ringhiera intorno alla barca per non volare in mare.
Drizza: cavo tessile o di acciaio che serve per tirare su, cio issare, le vele.
Fiocco: vela triangolare che si mette a proravia, cio davanti.
Gavone: cassapanca esterna alla barca in cui si ripone... di tutto.
Genoa: vela triangolare che si mette a proravia (ormai abbiamo imparato la magica parola), un po' pi grossa del fiocco.
J 24: graziosa barchetta cabinata, sportiva.
Ketch: barca con due alberi, di cui quello di mezzana  a proravia del timone.
Laser, 470, 420: sono delle derive.
Maestrale: vento che proviene da nord-ovest, temutissimo dai velisti mediterranei.
Mano di terzaroli:  un modo per ridurre la superficie della randa esposta al vento; all'aumentare del vento si prende la prima mano, poi la seconda, poi la terza, poi si ammaina tutto, poi...
Mezzana: randa che sta sull'albero a poppavia (di dietro), in una barca a pi alberi... in realt  tutto un po' pi complicato.
Mure a dritta: quando il vento ti viene da destra e hai diritto di precedenza, non solo perch sei donna.
Parabordi: palloni resistenti che si mettono in porto tra due barche, per non rovinarle.
Paranchi: insieme di cavi, carrucole e pulegge.
Picchi: pali in legno attaccati alle vele auriche, pesantissimi.
Poggiare: spostamento della barca che si ottiene con il timone: molti velisti hanno idee confuse al proposito.
Pozzetto: buca rettangolare in cui sta l'equipaggio in navigazione.
Pulpito: ringhiera posta sulla prua della barca.
Randa: vela che sta attaccata a un albero e a un boma; pu essere triangolare o trapezoidale (Aurica).
Rollare: movimento della barca a mo' di culla; non concilia il sonno ma il mal di mare.
Sentina: luogo inaccessibile sotto il pagliolato, cio il pavimento della barca, rifugio di oggettini caduti e irrecuperabili e acque stagnanti, spesso maleodoranti.
Sevo: grasso animale, giallastro e un po' puzzolente.
Spi o spinnaker: vela colorata a palloncino; sinonimo di guai.
Stazzatori: manipolo di signori che misurano, controllano, pesano barche ed equipaggi.
Strallo: cavo di acciaio che tiene su l'albero da prua.
Strambata: manovra involontaria accompagnata spesso da effetti disastrosi con boma che saetta da una parte all'altra. ..
Strapoggia e straorza: solitamente avviene sotto spi; la barca va tutta a dritta e tutta a sinistra, sdraiandosi sull'acqua, e sfuggendo al controllo dell'equipaggio.
Tambuccio: apertura da cui si scende all'interno della barca; durante il maltempo ricordarsi di chiuderlo poich  fonte di infinite infiltrazioni.
Tela olona: tessuto di cotone grossolano di color bianco-marroncino.
Tender: gommoncino di servizio.
Trinchetta: vela triangolare di prua.
Winches: verricelli per tendere i cavi faticando un po' meno.
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Ringraziamenti.
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Claudio Locandieri laserista sul lago, Marina Locandieri la socia, la Lega Navale Italiana sezione di Torino, Ernesto Quaranta l'allora presidente, Daniele Tavella pi volte... Giorgio Pozzo, mio pap, Pavia Livia in Pozzo, mia mamma, il piccolo Ciciu il cane; Giovanna Caprini, Silva Farina, Stefania Scarabelli, Silvia Marcadelli, Erica Falzone e Valeria Pontoglio, componenti dello storico equipaggio del Delfino Rosa.
Giuliana Marten Perolino, Isabella Barovero, Monica Liubicich, Luisa Arr, Carla Gamba, Maria Grazia Arcidiacono, Adriana Boccuzzi, l'inseparabile marinaia Clelia Sanna, componenti del secondo equipaggio del Delfino Rosa e dello Stint, Invicta, SAAB e tutti gli sponsor di quegli anni.
L'ing. Tiberio Gracco De Lay armatore di barche d'epoca e grande amico, Gianni Loffredo armatore del Tirrenia II, Maurizio Quintarelli il pilota, Andrea Casaburi l'amico apprensivo, Anna Martignon l'orafa, il titolare dei Cantieri di Imperia per le consulenze, Carlo Sciarrelli, il mitico progettista, Monica Mazzetti infaticabile secondo sul Tirrenia, Claudia Palisi e Maria Francesca Natoli detta Chica, le italiane di Challenge Ocanes. Irene Cabiati, giornalista de La Stampa di Torino, per la presentazione del libro e per le foto.
Ubaldo Stella fotografo personale, per l'innumerevole materiale fotografico, Thierry Martinez fotografo ufficiale di Challenge Ocanes, Elena Taberna perch si occupa della mia immagine e per le foto scattate sullo Zaca, Challenge Ocanes e il suo equipaggio internazionale femminile, lo sponsor Whirlpool, Piero Chiomento, sperando che resista.
L'avvocato Roberto Memmo che ci ha messo a disposizione il suo bellissimo Zaca, i fantasmi di Manfred von Richthofen detto il Barone Rosso e di Errol Flynn spesso importunati, Gianfranco Meggiorin coideatore di cooperative, Elena Dragone per i disegnini umoristici, Enrico Solazzi per l'uso della stampante.
Gianpietro Soardo per il disegno sulla maglietta e per il ritratto, Camillo Muller l'amico atlantico, Luisella Valeri per la foto, la compagnia e per le scorpacciate in barca, Maurizio Fuiano per la foto di Annapaola Avanzini mia istruttrice subacquea e compagna di immersioni, il Ciccio velaio cio Francesco Valenza, l'Assonautica per l'organizzazione dello splendido raduno di Vele d'Epoca di Imperia, l'Agnesi e la Carli per averci spesso sfamate.
Il prof. Giancarlo Guerra, P.M. Garbizza e Franca Garigliano per aver ovviato alla mia scarsa sintassi e per finire tutti coloro che hanno lavorato all'ombra della realizzazione di questo volume.
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FINE.